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Capitolo XII

 

Antonio da Montefeltro

 

Nei primi anni Settanta il controllo della nostra provincia era saldamente in mano ai funzionari ecclesiastici e ai loro sostenitori locali (i Malatesta). La situazione non era però, per la Curia, interamente positiva. "Era appena sopita la lotta che aveva infestato queste povere contrade per quasi tre anni, quando il capodanno del 1372 si tenne a Urbino un parlamento generale delle Marche, per imporre nuove tasse pel pagamento della milizia al servizio della Chiesa"[1]. Aggravava la situazione anche l'imperversare dell'epidemia di peste, che infierì nella provincia tra primavera e fine autunno del 1374, accompagnata da una generale carestia[2].

Lo stato di malcontento ed irrequietezza era generale: all'inizio del 1374 era stata scoperta e sventata dal rettore Filippo Corsini, che allora governava Urbino per la Chiesa, una congiura che aveva lo scopo di far insorgere la città ed il contado[3].

 

La Guerra degli Otto Santi (1375-1378)

Con la venuta del papa a Roma non si erano affatto sopiti i contrasti che da tempo albergavano in campo "guelfo". Diversi motivi dividevano Firenze e la Curia Romana, ma quello che fece precipitare la situazione fu costituito dalle scorrerie compiute da Giovanni Acuto, condottiero al soldo della Chiesa, nei territori di Firenze che, timorosa delle mire pontificie sulla regione, strinse a questo punto alleanza con il signore di Milano, Bernabò Visconti (24 luglio 1375), suscitando nello stesso tempo una serie di ribellioni nello Stato della Chiesa[4].

Alla fine del 1375 il moto insurrezionale era generale, dal Lazio all'Umbria, alla Marca, alla Romagna, ed interessò anche Urbino, Cagli, Casteldurante e Massa Trabaria. Galeotto Malatesta rimase nella zona uno dei pochi sostenitori della Curia Romana (a ridosso del confine marchigiano era fedele alla Chiesa, almeno in questa prima fase della guerra, Gubbio, per altro sconvolta da lotte civili). 

A Urbino, mentre il vicario Filippo Corsini fuggiva dalla città e il presidio pontificio si asserragliava nella rocca, giunse Antonio da Montefeltro con milizie fornite dai Fiorentini; era il 21 dicembre e venne subito gridato signore della città[5]: finiva in questo momento il dominio del gruppo familiare, tipico dei Montefeltro e di altre famiglie feudali nei secoli precedenti, ed iniziava la signoria, fondata sulla volontà di un'unica persona, il signore, e in cui i suoi parenti sono anch'essi sudditi dello stesso, non suoi soci[6].

Galeotto Malatesta cercò inutilmente di portare aiuto alle truppe ecclesiastiche che resistettero qualche giorno nella rocca di Urbino. Vista vana l'impresa, si impossessò di Cagli ma, alcuni giorni dopo, i suoi uomini furono cacciati dalla città, della quale fu acclamato signore Antonio da Montefeltro[7].

Le operazioni di guerra vere e proprie furono, a dire il vero, alquanto modeste. Nella nostra zona si scontrarono principalmente Antonio da Montefeltro, che il 1 febbraio 1376 era entrato a far parte della lega fiorentino-milanese[8], e Galeotto Malatesta. Costui rimise a Casteldurante Branca Brancaleoni e aiutò una serie di piccoli signori antifeltreschi, quali gli Oliva, i Gabrielli di Gubbio, il vescovo di S. Leo e altri[9]. Ma anche il conte Antonio non stava con le mani in mano e, occupata la Tomba (fattoria fortificata) di Balduccio dei Battagli da Rimini, effettuava scorrerie fin sotto le mura di Rimini[10].

Nel complesso il vantaggio era dalla parte degli insorti e della lega fiorentino-viscontea, e pertanto Galeotto fu costretto a firmare, alla fine di maggio, un tregua che poi, prorogata, durò per tutta l'estate[11].

Ma anche la Curia si stava mobilitando: preceduta dalla scomunica dei Fiorentini e dei loro seguaci e aderenti (fra cui era compreso il conte Antonio), impartita il 1 aprile 1376, venivano arruolati mercenari francesi (provenienti soprattutto dalla Bretagna). Essi, al soldo della Chiesa, scesero dalla Provenza e fecero base a Cesena (città che qualche tempo dopo, il 1 febbraio 1377, avrebbero orrendamente saccheggiata). Allo scader della tregua, cercarono di penetrare nell'Urbinate e nel Fanese: fecero sostanzialmente qualche scorreria e nulla più[12]. Possiamo ancora ricordare, tra gli avvenimenti della seconda metà del 1376, la rivolta di Gubbio (8 settembre), che andò perduta per le forze ecclesiastiche[13] e, alla fine di dicembre, la sottomissione al conte Antonio del castello di Peglio[14].

Nel successivo 1377 Antonio da Montefeltro avrebbe esteso il suo potere anche nell'alta Valmetauro.  Infatti, fra gli ultimi giorni del 1375 e i primi del '76 Città di Castello, "con le armi della lega e il favore del Conte, aveva occupato Mercatello, la Metola, Sompiano, Lamoli, Parchiule ed altri luoghi dell'Alta Valmetauro... Ma sui primi del '77, i Marchesi di Monte Santa Maria a petizione della Chiesa tentarono di sollevare la città e di sottrarla alla Lega. Il tentativo andò a vuoto, ma anche dopo la feroce repressione che ne seguì, la situazione durava irta di pericoli e la precarietà della situazione interna si ripercoteva nell'impervio contado: Nicolò e Francesco di Neri della Faggiola occuparono Mercatello, ma sopraffatti dai Brancaleoni perdettero quasi subito il loro acquisto. Il conte di Urbino che aveva aiutato i della Faggiola, fu costretto ad intervenire scopertamente ed occupò la Metola, Lamoli, Parchiule che venivano cos' ad appoggiarsi al possesso di Belforte su l'Isauro"[15]. Naturalmente ciò provocò una crisi dei rapporti tra la Lega e Città di Castello, che si avvicinò a questo punto alla Chiesa.

Si giunse infine alla pace, per la stanchezza (e per le difficoltà finanziarie) di tutti i contendendi, il 28 luglio 1378. Il conte d'Urbino, raccomandato di Firenze, non volle presentarsi personalmente davanti a papa Urbano VI per la firma entro dicembre, come prevedevano le clausole del trattato, dato che c'erano disaccordi tra il signore di Urbino e la Curia sulla permanenza in città del vescovo Guglielmo, nemico dei Montefeltro, fuggito da Urbino nel 1375, di cui Antonio chiedeva la rimozione[16].

La legalizzazione della sua posizione avvenne solo nel 1379: il 4 luglio Urbano VI ordinò al vescovo di Urbino di assolvere Antonio e i suoi fratelli dalla scomunica in cui erano incorsi per aver occupato e mantenute nella ribellione, negli anni precedenti, varie città e terre della Chiesa[17]; veniva inoltre a lui concesso, sempre nello stesso mese di luglio, il vicariato apostolico in temporalibus su Urbino, Cagli e loro distretti per dodici anni[18]. All'inizio del 1380 inoltre il papa nominava vescovo di Urbino Ottone Colonna, il futuro papa Martino V.

Il Signore di Urbino normalizzò anche i rapporti con i Malatesta, con la firma di una tregua il 21 marzo 1380[19] e quindi di una pace nel 1382[20].

 

La situazione malatestiana al 1380

In quegli anni si ampliò lo Stato di Galeotto Malatesta, che, espandendosi oltre le città di cui aveva il vicariato (Rimini, Pesaro, Fano, Fossombrone), assumeva dimensioni sempre più ragguardevoli: nel 1378 il signore di Rimini occupò Cesena, concessagli in vicariato da papa Urbano VI il 1 gennaio 1379; nel corso del 1379 Senigallia; nel 1380 fu nominato "rettore di Romagna"; nel 1382 comprò dai Da Polenta di Ravenna Cesenatico e, nell'anno successivo, Cervia, importante per le sue saline[21]. Egli inoltre controllava de facto numerosi ed importanti castelli sparsi nel Montefeltro e in altre zone di Romagna e Marche; poteva anche contare sull'amicizia di Firenze (che nel 1384 acquista Arezzo e stringe i rapporti con Città di Castello) e su una serie di piccoli signori dell'Appennino, ostili ai Montefeltro, quali i Carpegna, gli Oliva, i Brancaleoni di Castel Durante, i Gabrielli di Gubbio e Frontone.

Esistevano comunque alcuni elementi di debolezza nello Stato, dovuti innanzitutto alla età di Galeotto, ormai innanzi con gli anni e con figli ancora in tenera età[22]; inoltre ormai si era realizzata la separazione dal grosso dei possedimenti di Pesaro, dove si era insediato  Malatesta "dei Sonetti". I rapporti tra i due rami della casata erano, in quel periodo, apparentemente buoni, ma alcuni indizi sembrerebbero confermare l'impressione che non mancassero tensioni e frizioni fra di essi[23].

 

Antonio da Montefeltro signore di Gubbio (1384)

Lo Stato di Urbino era da ogni parte circondato e quasi strozzato dai domini e dagli aderenti malatestiani. Antonio da Montefeltro riuscì però ben presto ad ampliare notevolmente il suo Stato con l’occupazione di Gubbio. La città umbra, da tempo in preda a lotte di fazione, nel 1380 si era data a re Carlo d'Angiò-Durazzo, il cui luogotenente, nell'aprile 1381, lasciò tutto il potere nelle mani del vescovo Gabriello Gabrielli. Costui, non riuscendo a controllare la situazione, rinunciò al dominio sulla città in cambio dei castelli di Cantiano e Serra S. Abbondio e di cinquemila fiorini d' oro. Morto poco dopo, lasciò i suoi diritti al fratello Francesco[24].

Sorsero subito dei contrasti tra costui e gli Eugubini e pertanto Francesco, sostenuto da Firenze e dai Malatesta, assediò nel 1383 la città. Ma gli Eugubini, per non cadere sotto il suo potere, preferirono rivolgersi al conte di Urbino che fu chiamato in città come signore (24 marzo)[25]. Era uno schiaffo sia per i Gabrielli, che si asserragliarono a Cantiano e cercarono alleati anche in seno alla casata feltresca per eliminare il fastidioso e importuno antagonista[26], sia per Firenze, che nello stesso anno occupava Arezzo (e quindi confinava direttamente con i domini del conte Antonio)[27], sia per i Malatesta che però, non potendo far altro, occuparono Pergola, in territorio eugubino[28].

La tensione era altissima ma diversi elementi spingevano sia Firenze sia i Malatesta a non esasperare la situazione: la prima guardava con sospetto all'espansione dei Visconti di Milano in Valle Padana che minacciava gli interessi fiorentini (e di lì a qualche anno minaccerà la stessa indipendenza della città); i secondi si trovavano in un momento di crisi dato che Galeotto Malatesta era da diversi mesi in fin di vita. Fu pertanto firmato un trattato di pace tra Montefeltro e Malatesta, con intermediazione di Gian Galeazzo Visconti, che di fatto sanciva l'acquisto di Gubbio per il conte Antonio[29].

 

Morte di Galeotto Malatesta

Il 21 gennaio 1385 muore Galeotto Malatesta e i quattro figli si spartirono il dominio: Carlo  ottenne Rimini e l'ufficio di Rettore della Romagna; Pandolfo (III) Fano, Mondavio e Senigallia; Andrea Cesena, Bertinoro e Fossombrone; Galeotto (nato il 5 luglio 1377 e quindi ancora minorenne: la reggenza fu esercitata dal fratello Carlo) Belfiore, Cervia, Meldola, Borgo San Sepolcro, Citerna,  Sestino e  Montefiore[30].

A questi quattro domini possiamo aggiungere quello di Pesaro che, con Castelnuovo (nel Riminese) e Gradara, oramai appartiene ad una ramo autonomo, rappresentato da Malatesta "dei Sonetti", subentrato al padre, Pandolfo (II), nel 1373: i domini malatestiani quindi sono divisi tra cinque signori, non sempre concordi[31] e alle prese anche con qualche ribellione nei domini periferici[32]. Pertanto l'azione della famiglia è, per il momento, sicuramente meno incisiva degli anni precedente.

 

Guerra fiorentina-feltresca (1385-6)

Nel frattempo il contrasto tra il comune di Gubbio e il conte Antonio da una parte e Francesco Gabrielli dall'altra era giunto a guerra aperta[33]. La situazione era tanto più spiacevole per il conte di Urbino perché il Gabrielli non controllava uno dei tanti castelletti dell'Appennino, in cui, difesi dal loro stesso isolamento, da secoli e per secoli famiglie feudali avevano e avrebbero conservato il loro potere, ma Cantiano, sulla Flaminia, via principale tra Gubbio e Cagli.

Nell'autunno del 1385 il conte Antonio lanciò un guanto di sfida a Firenze: la Repubblica era riuscito ad ottenere un salvacondotto per Francesco Gabrielli, ma costui, giunto a Gubbio, era stato imprigionato, insieme con l'ambasciatore fiorentino, dal conte Antonio, con il pretesto che si dovesse difendere la loro incolumità. La Signoria pertanto stigmatizzò, con lettera del 28 novembre 1385 indirizzata a tutte le potenze italiane, il comportamento sleale del signore di Urbino[34] e si preparò ad impugnare le armi per vendicare la grave offesa recatale.

La guerra vera e propria fu combattuta, a dir il vero senza grandi risultati, nell'estate 1386: Firenze aveva concentrato a Città di Castello l'esercito che, al comando di Giovanni degli Obizi da Lucca, nell'aprile di quell'anno, si mosse contro Cagli e il contado di Urbino, saccheggiando e predando le campagne ma senza conquiste durevoli; anche i Malatesta da nord impegnavano, ma senza troppo impegno, le forze feltresche[35].

Ben presto quindi si giunse alla pace: Firenze ottenne un risarcimento per le spese di guerra; a Francesco Gabrielli fu restituito il castello di Cantiano, nel frattempo occupato dai Feltreschi[36].

 

Lo scontro tra Montefeltro e Malatesta (1391-1392)

Firenze negli anni successivi fu interamente presa dalla lotta contro Gian Galeazzo Visconti e pertanto il suo interesse per Montefeltro e Cantiano scemò notevolmente.

Una pace tra Malatesta e Montefeltro fu firmata il 17 novembre 1388 grazie alla mediazione di Gian Galezzo Visconti[37], ma anch'essa ebbe vita breve. Infatti nel 1390 Antonio appoggiò il tentativo di Gioacchino degli Atti di impossessarsi del potere a Sassoferrato, nella mani di Ungaro degli Atti, alleato di Carlo Malatesta[38]. Quest’ultimo pertanto, nel 1391, attaccò da Pergola e dalla Valmarecchia i territori feltreschi[39], difese Cantiano (che nel frattempo era stata di nuovo assalita da milizie feltresche)[40], fece attaccare da un suo condottiero il castello di Talacchio, nell'Urbinate[41]. Intervennero, a sopire le ostilità, il Papa e il Signore di Milano e finalmente, il 27 gennaio 1392, si giunse, con la mediazione del Papa, alla firma di una nuova pace[42], anch'essa di brevissima durata.

 

Conquista feltresca di Cantiano

I Feltreschi, nell'inverno 1392-3, attaccarono ancora Cantiano e riuscirono ad occupare la fortificazione di Colmatrano che, insieme a quella principale, sbarrava il passo alla Flaminia[43]. La fortezza aveva ormai i giorni contati e a niente servirono gli aiuti inviati da Carlo Malatesta, che riuscì nell'aprile 1393 a rifornire gli assediati[44]. A luglio, con la mediazione dei Fiorentini, si giunse ad un compromesso: Antonio avrebbe preso possesso della terra; Francesco Gabrielli avrebbe ottenuto un indennizzo e la promessa che i suoi beni sarebbero stati stimati da arbitri imparziali e comprati dal vincitore[45]. Seguì la firma di una nuova pace con i Malatesta, nell'ottobre 1393[46].

Successioni e mutamenti

Negli anni successivi la storia di Montefeltro e Malatesta interessa poco la nostra provincia e più quella italiana, dato che l'uno e gli altri ricoprono importanti incarichi al servizio dei vari Stati della Penisola impegnati in una serie di guerre, suscitate prevalentemente dalla volontà di Giangaleazzo Visconti di espandere i suoi domini a tutta l'Italia centro-settentrionale.

Pandolfo (signore di Fano, Mondavio, Senigallia, Borgo San Sepolcro, Sestino, Montalboddo), occupato nelle vicende di Lombardia[47], delegò l'amministrazione dei suoi domini marchigiani ai fratelli Carlo e Andrea.

Nel frattempo Malatesta "dei Sonetti", dei Malatesta-Pesaro, era impegnato in una sfortunata politica di espansione nelle Marche[48] e soprattutto in Umbria, dove aveva comprato per dieci anni, da papa Urbano VI, il vicariato della città di Todi per 40.000 fiorini. Si scontrò in tale città, cercando di farsene signore assoluto, con alcuni nobili locali e cercò di ampliare il territorio in suo possesso occupando Narni, Terni e Orte[49]. Era troppo per il papa che il 10 luglio 1394 lo scomunicò come violatore della fede data e usurpatore della città di Todi[50]: Malatesta fu così costretto a piegarsi e a restituire le città dell'Umbria al Papa nel 1395[51]. Questo pesante insuccesso, costato tempo e denaro al signore pesarese, fu tuttavia compensato, negli anni successivi, dai guadagni che ottenne, come condottiero, al servizio del potente duca di Milano, Gian Galeazzo Visconte[52].

Antonio da Montefeltro a sua volta ricoprì importanti incarichi a Milano e Pavia, alla corte viscontea, da cui si allontanò però nel 1404, tornando nell'Urbinate. Il 29 aprile di quello stesso anno morì e gli subentrò il figlio Guidantonio[53].



[1]G. FRANCESCHINI, Lo Stato d'Urbino dal tramonto della dominazione feudale all'inizio della Signoria, in "Atti e Memorie di Storia Patria per le Marche", serie V, vol. IV (1941), pp. 1-55, a pag. 31.

[2]Franceschini, Lo Stato d'Urbino, p. 31.

[3]Franceschini, Lo Stato d'Urbino, p. 31; G. FRANCESCHINI, I Montefeltro, Varese,  1970,  p. 297.

[4]Franceschini, Lo Stato d'Urbino, pp. 33-34.

[5]G. FRANCESCHINI, Documenti e regesti per servire alla storia dello Stato d'Urbino e dei conti di Montefeltro, Urbino 1982, vol. II, n. 1. Le fortezze furono espugnate il 2 gennaio: Ivi, II, p. 284). ANONIMO, Chronicon Ariminense ab anno circiter MCLXXXVIII usque ad annum MCCCLXXXV, in "Rerum Italicarum Scriptores", Milano 1729, tomo XV, colonne 889-967, col 914 a: E a dì XXI del detto mese (dicembre) venne il conte Antonio nipote del conte Nolfo in Urbino con CCCC cavalieri della gente de' Fiorentini, e fu chiamato Signore.

[6]Franceschini, Montefeltro, p. 301.

[7]Anonimo, Chronicon Ariminense, col. 914 a. I "guelfi" si rinserrarono nel cassero di Cagli e nei castelli di Castiglione (castello dei Siccardi) e di Venzano (in mano a Taddeo Acquaviva); mentre il primo si arrese a patti, non giungendo gli aiuti promessi, i due castelli vennero presi dai Feltreschi e distrutti (A. MAZZACCHERA, Cagli. Comune e Castelli, in Bischi D. e altri, "Catria e Nerone. Un itinerario da scoprire", Pesaro 1990, pp.  83-136, a pag. 100).

[8]Franceschini, Montefeltro, p. 302. Franceschini, Documenti, II, n. 4, pp. 7-12: l'alleanza fu stipulata da Antonio da Montefeltro e dalle città di Urbino e Cagli.

[9]Franceschini, Montefeltro, p. 305.

[10]G. FRANCESCHINI, La signoria di Antonio da Montefeltro sesto conte d'Urbino, in "Atti e Memorie di Storia Patria per le Marche", serie IV - volume I (1943), pp. 81-149, a pag. 87.

[11]Il testo della tregua, firmata il 26 maggio 1376, è in Franceschini, Documenti, II, n. 17, p. 17. Per la proroga vds. Anonimo, Chronicon Ariminense, col 916 b: A dì primo di luglio (1376) si fe' la tregua per tre mesi, ciò fu Misser Galeotto, e i suoi raccomandati per una parte, e Ravenna, Forlì, San Marino, Urbino e la Ravignana di Fano per l'altra parte.

[12]Anonimo, Chronicon Ariminense, col. 916 e: E a dì X (ottobre 1376) in ora di terza (circa 1000 cavalieri bretoni) furono per lo Contado di Urbino; ma non potendo passare la Foglia, convenne loro tornare addietro, e menarono prigioni, e bestiami in gran quantitade... A dì XXI e XXII di Novembre tornò la detta gente de la Chiesa pe' Borghi d'Arimino, circa mille cinquecento cavalieri, e androno nel terreno di Fano, che si chiama la Ravignana.

[13]L. NICOLETTI, Di Pergola e suoi dintorni, Pergola 1899, p. 158.

[14]Franceschini, Documenti, II, n. 20, pp. 19-22.

[15]Franceschini, La signoria di Antonio da Montefeltro, p. 93. La tentata occupazione di Mercatello è del 29 settembre 1378 (G. FRANCESCHINI, I Brancaleoni di Castel Durante e tre prelati marchigiani alleati di Gian Galeazzo Visconti, in "Atti e Memorie di Storia Patria per le Marche", serie VII- volume IV (1949), pp. 83-120, a pag. 92).

[16]Franceschini, Montefeltro, p. 312. Il Papato si  trovava, allora, in gravi difficoltà, dato che al pontefice legittimo, appunto Urbano VI, si contrapponeva un antipapa avignonese, Clemente VII, eletto il 20 settembre e consacrato il 31 ottobre 1378: era lo Scisma d'Occidente, o "Grande Scisma", che paralizzò il Papato per quasi quarant'anni e vide scemare la forza della Curia e dividersi la Cristianità in due diverse obbedienze (ad un certo punto sarà eletto anche un terzo papa, a Pisa, e si avranno pertanto contemporaneamente tre pontefici e tre obbedienze). Il potere temporale dei Papi ebbe dallo Scisma un colpo quasi mortale, dato che i signori potevano giocare al rialzo con i diversi pretendenti al soglio papale per ottenere privilegi e ulteriori poteri.

[17]Franceschini, Documenti II, n. 53, pp. 34-36.

[18]Franceschini, Documenti II, n. 54, pp. 36-41.

[19]Franceschini, Documenti II, n. 63, pp. 47-54. Essa fu seguita da una concessione del 1388 o 1389, non pervenutaci ma ricordata in quella del 3 giugno 1390 di Bonifacio IX, con cui si concedeva a Antonio da Montefeltro il vicariato su Urbino, Cagli, una ventina di importanti castelli del Montefeltro, il vicariato di Lamoli nella Massa Trabaria e altre località. Vds. V. LANCIARINI, Il Tiferno Metaurense e la Provincia di Massa Trabaria - Memorie storiche, Roma 1890-1912 (ristampa anastatica, S. Angelo in Vado, 1988), p. 311; A. THEINER, Codex diplomaticus dominii temporalis S. Sedis, Roma 1862, vol. III, n. 8, p. 21-5; Franceschini, Documenti 189, 173-180). Gubbio, acquisita nel 1384, risulterà nel nuovo privilegio di vicariato concesso da Bonifacio IX a Guidantonio nel 1404.

[20]Franceschini, Montefeltro, p. 315.

[21]P. ZAMA, I Malatesta, Faenza 1956, pp. 87-89.

[22]Franceschini, Montefeltro, p. 173.

[23]C'erano i Malatesta di Pesaro tra i coniuncti e i vicini che macchinarono per togliere al legittimo signore Fossombrone? Si ha notizie di tale tentativo da una lettera inviata dalla Repubblica di Firenza a Galeotto Malatesta il 5 settembre 1379 e riportata da Franceschini, La signoria di Antonio da Montefeltro, appendice, n. 18, pp. 141-142 (vds. anche Franceschini, Malatesta, pp. 173 e 270-271).

[24]Franceschini, Montefeltro, pp. 314-5.

[25]BERNI Guernerio, Chronicon Eugubinum, in "Rerum Italicarum Scriptores", vol. XXI, colonne 917-1024, alle coll. 940-1; Franceschini, Documenti, vol. II, n. 100, pp. 83-85: "Capitoli proposti dai sindaci di Gubbio al conte Antonio da Montefeltro e da lui accettati per la dedizione della città"

[26]Franceschini, Montefeltro, p. 316: "Nel dicembre 1383 Antonio da Montefeltro sventa una congiura ordita da Francesco Gabrielli e a cui avevano preso parte anche due fratelli del conte, Nolfo e Guido".

[27]Franceschini, Montefeltro, p. 322.

[28]Nicoletti, Pergola, p. 163. Tra fine 1384 e inizio 1385 Pergola passa in soggezione ai Malatesta, già da tempo signori di S. Lorenzo, Monte Vecchio, S. Vito, M. Rolo. Pandolfo Malatesta acquisì legittimo possesso di Pergola solo il 2 gennaio 1391, quando Bonifacio IX lo investì, per nove anni, di tutto lo Stato che allora possedeva (altra investitura, in perpetuo, nel 1399).

[29]L. TONINI, Storia di Rimini, appendice di documenti al vol. IV, Rimini 1880, n. CXCIX, pp. 365-366 (Estratto dei capitoli per la pace tra Galeotto e il conte Antonio di Montefeltro - 7 novembre 1384. Anche in Franceschini, Documenti II, n. 102, pp. 85-88.

[30]Franceschini, Malatesta, pp. 174-8; Franceschini,  Montefeltro, p. 323.

[31]Franceschini, Montefeltro, p. 343: "L'eredità di Galeotto Malatesti richiamò sul finire dell'anno l'intervento e la mediazione del Conte di Virtù. Pandolfo signore di Fano e suo fratello Andrea contendevano per il possesso di Fossombrone ed eran sul punto di venire alle armi, quando Leale Malatesti, vescovo di Rimini, s'interpose e fu rimesso il giudizio a Gian Galeazzo signore di Milano, che aggiudicò Fossombrone ad Andrea".

[32]Disordini nel Fanese, ai confini col Vicariato nel 1387: vds. infra.

[33]Franceschini, Documenti, vol. II, n. 110, pp. 90-91: "Il 3 ottobre 1385 il conte Antonio e la città di Gubbio deliberano di prendere misure ostili contro Francesco Gabrielli e il castello di Cantiano non avendo essi voluto accedere ad un accomodamento pacifico".

[34]Franceschini, Documenti, vol. II, n. 112, pp. 92-93. Lettera del conte Antonio per scagionarsi dalle accuse Ivi, n. 114, pp. 93-95.

[35]Vds. Franceschini, Montefeltro, p. 328. Contemporaneamente, nell'aprile 1386, ci fu un tentativo di rivolta a Gubbio, prestamente sventato. Forse coinvolti nel movimento di opposizione al conte Antonio anche suoi familiari.

[36]Franceschini, Documenti, II, n. 144, pp. 119-130; Franceschini, Montefeltro, pp. 329-330; Franceschini, Malatesta, p. 182.

[37]Franceschini, Documenti, II, 169, pp. 147-161; Franceschini, Montefeltro, p. 331.

[38]Franceschini, Montefeltro, p. 334. Ungaro degli Atti figura, nella tregua del 1380 sopra menzionata, tra gli aderenti dei Malatesta.

[39]Franceschini, Montefeltro, p. 334.

[40]Franceschini, Montefeltro, p. 334: "Nella primavera del 91, con un esercito di 6000 fanti, spezza l'assedio e rifornisce il castello di Cantiano di bestiame, viveri, uomini ed armi"

[41]Berni, Chronicon Eugubinum, coll. 945e - 946 a: Del mese di Settembre di quell'Anno (1391) Gallassino di Cataldo gran Parteggiano de' Malatesti corse fino a Talacchio, dove fu ferito, e morì a Monte Levecchie, non senza gran dispiacere e danno de i Malatesti.

[42]Theiner, Codex diplomaticus, III, nr. 17, pag. 37-45; Tonini, Rimini, appendice di documenti al vol. IV, n. CCVIII, p. 397 (27 gennaio 1392: Bolla di Papa Bonifazio IX compromissario fra i Maltesti e il conte Antonio conte di Montefeltro e Urbino, che ordina e stabilisce la pace tra le famiglie), n. CCX  pp.  403-405 (18 maggio 1392: Papa Bonifazio IX ordina a Giovanni Manco Con. Napoletano di ammonire i malatesti, e far sì che essi e il conte Antonio rassegnino i Castelli controversi in mano sua), n. CCXI, pp. 405-406 (5 dicembre 1392: papa Bonifazio IX commette a Riccardo Caracciolo Nunzio Apostolico di comporre le discordie tra i Malatesti e il Conte di Urbino); Franceschini, Documenti, n. 211, pp. 202-204.

[43]Berni, Chronicon Eugubinum, col.  947 e: In detto mese (gennaio 1393) il Conte Antonio fece furare il Cassero di Colmatrano da Cantiana, e tolse la Terra fin'al Palazzo del Podestà, e il Torrione della Porta; gli uomini si ridussero tutti al Cassero grande, dove era la donna di Messer Francesco.

[44]Berni, Chronicon Eugubinum, col. 947 e: Del mese d'Aprile (1393) Carlo de' Malatesti per la via di Castelfranco, fece metter grano, e farina nel Cassero di Cantiana, il quale fornì per cinque mesi, e cavò le bocche disutili.

[45]Berni, Chronicon Eugubinum, col. 948 b: Del mese di luglio (1393) per mezzanità de' Fiorentini Messer Francesco da Cantiana diede il Cassero di Cantiano al Conte Antonio, quale doveva dare al detto Messer Francesco ottomila Fiorini, e comperare tutte le possessioni, che lui aveva ad Ugubio, e a Cantiano per la stima di duoi buoni uomini .

[46]13 ottobre 1393: Franceschini, Documenti, vol. II, n. 232, pp. 221-233; Berni, Chronicon Eugubinum, col 948 c: Del mese d'Ottobre (1393) il Cardinale che trattava la pace tra il Conte Antonio, e i Malatesti, la conchiuse.

[47]Nel 1404 Pandolfo Malatesta riesce ad ottenere la signoria di Brescia e Bergamo, che manterà fino agli anni 1419 (Bergamo) e 1421 (Bergamo)

[48]A. CARILE, Pesaro nel Medioevo, in  AAVV, "Pesaro tra Medioevo e Rinascimento", Venezia 1989, pp. 3-54, a pag. 43: nel 1395 la signoria comprendeva, oltre ai recenti possessi umbri, le città di Pesaro, Fossombrone, Osimo, i castelli di Filottrano, Castelfidardo, Staffolo, Offagna, Montelupone, Montefano nonché Pennabilli e Cattolica in Romagna.

[49]Carile, Pesaro, p. 42. Franceschini, Malatesta, pp. 271-2. Theiner, Codex diplomaticus, III, n. 19, pagg. 46-48: il 21 giugno 1392 Malatesta dei Malatesta e i suoi complici, invasori della città di Todi, sono citati a comparire davanti al pontefice.

[50]Theiner, Codex diplomaticus, III, pp. 83-88.

[51]Franceschini, Malatesta, p. 274. Carile, Pesaro, p. 43.

[52]Carile, Pesaro, p. 43.

[53]ANONIMO, Cronachetta d'Urbino (1404-1578), a cura di G. BACCINI, in "Le Marche Illustrate nella storia, nelle lettere, nelle arti", anno I, Fano 1902, pp. 61-62; 119-120; 134-137; 155-157, a pag. 61: In primis decessit M.cus Dominus Comes Antonius Montisferetri in anno 1404 die 29 mensis aprilis, hora 19a; die 14a madii dicti anni sepultus fuit. Vds. anche Franceschini, Montefeltro, p. 366.