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Capitolo XXIX

 

Guerra e Liberazione

 

La guerra iniziò il 1 settembre 1939 ma l’Italia,  non preparata ad entrare nel conflitto al fianco dell’alleato tedesco, dichiarò la propria “non belligeranza” (sarebbe entrata nel conflitto solo il 10 giugno 1940: Mussolini pensava che la conclusione della guerra fosse, a quel punto, questione di giorni).

Subito si manifestariono aumenti di generi alimentari e fenomeni di accaparramento e speculazione, tanto che, nel gennaio 1940, venne allestito nella provincia l’ufficio preposto al tesseramento dei generi di prima necessità[1].

 

I primi tre anni di guerra

Con l’entrata in guerra vennero emanate le disposizioni per l’oscuramento notturno, l’apprestamento di ricoveri in caso di bombardamenti e altri aspetti necessari allo sforzo bellico. Venne anche potenziato l’ufficio censura[2]. Migliaia di soldati della nostra provincia partirono per i vari fronti di guerra. Nel dicembre 1940 venne quindi disposto il razionamento di diversi generi alimentari (pasta, riso, farina)[3].

All’inizio del conflitto… la provincia, proprio per la mancanza di nodi strutturali e infrastrutturali di importanza strategica nazionale, viene ritenuta dalle autorità sostanzialmente al riparo da possibili operazioni belliche dirette sul suo territorio. A rendere la situazione, almeno sulla carta, piuttosto tranquilla, sono anzitutto la scarsa presenza di impianti industriali, gli scali portuali a basso pescaggio, e non da ultimo la considerazione della poca rilevanza, ai fini delle operazioni militari, delle infrastrutture viarie della provincia, a esclusione dell’unico asse trasversale che la attraversa per intero, ovverosia quello lungo la costa. Una sostanziale conferma di tali ottimistiche previsioni è riscontrabile, in questi anni, tanto nello stato d’animo e nello spirito pubblico della popolazione, quanto nelle scelte delle autorità e nei loro atti istituzionali. Sono da collocare in tale contesto, ad esempio, il cosiddetto “piano Fiume”, finalizzato a dare rifugio a numerosi profughi fiumani e il progressivo popolarsi dei comuni dell’entroterra di sfollati provenienti dalle grandi città italiane, sempre più soggette a continui e pesanti bombardamenti”[4].

Alla piccola comunità ebraica provinciale (119 individui nel 1938), si aggiunsero, nei primi anni della guerra alcune decine di ebrei stranieri, profughi dai paesi in guerra, giunti nel nostro Paese legalmente o illegalmente: per loro fu previsto l’internamento in comuni prescelti dall’autorità prefettizia[5], dove “i sottoposti alle misure restrittive erano alloggiati prevalentmente in camere di case private date in affitto, salvo alcuni casi in cui erano collocati in albergo”; venivano naturalmente limitati i loro spostamenti e sorvegliati dalla polizia[6].

 

Primi cedimenti del fronte interno

La guerra stava ormai, nel 1942, prendendo una piega non troppo favorevole alle forze dell’Asse: l’entrata in guerra di Stati Uniti e URSS avrebbe di lì a poco fatto volgere la bilancia a favore degli alleati. In quell’anno "si registra un inedito risveglio dell'attività 'sovversiva' e antifascista, che coinvolge soprattutto gli ambienti popolari, ma anche giovani studenti, ossia proprio coloro sui quali il regime fascista aveva maggiormente investito in termini di formazione politica e culturale”[7]. Compaiono alcuni scritte sui muri della città che denunciano la difficile situazione interna (“vogliamo il pane”) o esprimono il proprio dissenso politico (“Morte al duce, Viva la Russia”…). Nell’aprile 1942 a Pesaro sono rinvenuti manifestini 'sovversivi' e, il mese successivo, viene rilevato dal questore che sono state rilevate un po' dovunque scritte antifasciste o disfattiste[8].

Scritte e volantini si presentano anche nei mesi successivi. Ad esempio, nell’ottobre 1942, “nel piazzale del duomo di Pesaro vengono ritrovati numerosi bigliettini recanti la scritta W gli eroici difensori di Stalingrado[9].

Due mesi prima della caduta del fascismo, nel maggio 1943, viene effettuata dalle forze di polizia del regime un’ultima ondata di arresti di “sovversivi” anconetani e pesaresi. Nel capoluogo della nostra provincia vengono arrestati, e deportati nelle carceri di Zara, Egisto Cappellini, Renato Fastigi e Adolfo Andron[10].

 

Dal 25 luglio all'8 settembre.

La caduta del Fascismo, conosciuta durante la mattinata del 26 luglio, provocò manifestazioni di massa anche a Pesaro, mentre i Fascisti, a parte un modesto incidente nella stessa mattinata, scomparivano silenziosamente dalla scena[11].

Il giorno successivo fu creato unFronte Nazionale d'Azione" dagli esponenti antifascisti  Giuseppe Coli (Democrazia Cristiana); Ettore Mancini e Giuseppe Filippini (socialisti); Armando Lugli (Partito d'Azione); Marzio Bertini, Antonio Cecchini, Wolframo Pierangeli (comunisti)[12]. Il Comitato richiese l'immediata cessazione della guerra, la rimozione di elementi fascisti dalle cariche pubbliche, l'immediata scarcerazione degli antifascisti, l'abolizione di ogni carica istituita durante il regime[13].

Lo stesso 26 luglio il prefetto Gianmichele telegrafava ai podestà di tutta la provincia: Seguito noti avvenimenti esigo modo assoluto che ordine pubblico, anche a fini patriottici, non venga minimamente turbato. Vigilate et provvedete collaborazione organi polizia regolandovi tempestivamente eventuali trasgressioni dovesse(ro) verificarsi[14]. Il 28 un manifesto del Comando della Zona Militare di Ancona vietava le riunioni di più di tre persone, i cortei, le adunate e manifestazioni simili precisando che i reparti comandati in servizio di ordine pubblico hanno ricevuto l’ordine di procedere in formazione di combattimento contro coloro che non osserveranno tale divieto, aprendo il fuoco a distanza, anche con mortai e artiglieria, senza preavviso di sorta e che caporioni e istigatori dei disordini… saranno … fucilati se presi sul fatto. Anche coloro che, isolatamente, avessero, compiuto atti di violenza o di ribellione, o avessero insultato le Forze Armate, le Forze di Polizia e le istituzioni sarebbe stato immediatamente passato per le armi[15].

Ad agosto comunque vennero realizzate la seconda e la terza richiesta del Fronte Nazionale d’Azione: diversi personaggi compromessi con il passato regime vennero allontanati dalle loro cariche; gli ex prigionieri politici ritornarono in città[16].

Si costituivano intanto i nuovi organismi politici, più o meno facilmente. Partivano avvantaggiati i comunisti (che avevano conservato una rete clandestina capillare anche durante il Ventennio) e i popolari (che potevano avvalersi della collaborazione delle organizzazioni cattoliche, di sacerdoti e parroci).

 

Dall'8 al 13 settembre

L’annunzio dell’Armistizio, e la fuga del Re e delle principali cariche a Brindisi, gettò nel caos anche la nostra provincia che vide, come il resto d’Italia, lo sfaldamento delle istituzioni governative e delle forze armate.

A Pesaro il 9 settembre venne subito saccheggiata la caserma Cialdini, abbandonata dai soldati e furono asportate le armi[17]. La situazione caotica spinse i partiti antifascisti a riflettere sulla proposta, lanciata dagli squadristi di Ancona, di formazione di comitati apartitici per il governo delle città: il proposito fallisce a Pesaro[18] e a Fano[19], mentre ebbe successo in Urbino.

Qui il podestà, Giorgio Paci, anche per l’assenza di truppe tedesche in città e grazie alla sua personale abilità, riesce a convincere cittadini delle varie correnti politiche ad entrare in un “comitato esecutivo”, che, con l’obiettivo di svolgere “opera concorde” per il bene della comunità, rimarrà in vita dal 16 settembre al 5 gennaio 1944[20]. “Nonostante l’orientamento decisamente antifascista della grande maggioranza della popolazione, l’atteggiamento del Comitato nei confronti delle autorità si spinge oltre gli stessi aspetti sin qui trattati, giungendo ad associarsi alla condanna delle prime azioni partigiane, in nome della tranquillità e sicurezza del popolo urbinate e per evitare possibili reazioni[21]: vennero restituite in particolare, grazie anche alla mediazione delle autorità cittadine, dei Carabinieri e degli antifascisti locali, le armi trafugate il 21 settembre  a Schieti (da parte di un gruppo di partigiani guidato da Erivo Ferri)  e nella caserma di Urbino[22].

Il 12 settembre il Fronte Nazionale d'Azione fu convocato dal prefetto per organizzare  ipotesi di intervento militare contro i Tedeschi, il cui ritorno era imminente; ogni decisione fu però rimandata ad una successiva seduta che non ebbe mai luogo: i Tedeschi il 13 occuparono Pesaro[23].

 

Nascita del CLN provinciale

Il 4 ottobre 1943 i rappresentanti dei partiti antifascisti (Partito d'Azione, Democrazia Cristiano, Partito Comunista, Partito Socialista), che già si erano riuniti nel Fronte Nazionale d'Azione nei mesi precedenti, decisero di dar vita al CLN  (Comitato di Liberazione Nazionale) della nostra provincia: presidente era l'azionista Armando Lugli; membri il democristiano Giulio Coli, il socialista Cesare Del Vecchio e il comunista Renato Fastigi[24].

Fu subito decisa la costituzione della Guardia Nazionale nella provincia: furono inquadrati da Ottavio Ricci (incaricato militare del CLN) e da alcuni collaboratori circa settecento uomini, armati con le armi sottratte dopo l'8 settembre alle caserme, che però si limitarono ad azioni di propaganda (volantini, scritte sui muri) e assistenza a ex prigionieri di guerra jugoslavi ed inglesi datisi alla macchia[25].

 

Le prime azioni contro i tedeschi

Per stroncare il possibile formarsi di un movimento d'opposizione, i tedeschi intervennero pesantemente nella provincia già dai primi di novembre 1943. L’Urbinate era tranquillo, anche grazie alla creazione del “comitato esecutivo” in cui fascisti ed antifascisti, per il bene della comunità, collaboravano[26] ma una spia fascista urbinate li informò che il responsabile del furto di armi avvenuto il 19 settembre (nonché di altri atti armati, come l’attacco  alle caserme di Sassocorvaro e Tavoleto, avvenute in quei giorni), Erivo Ferri[27], si trovava nella sua abitazione di Ca’ Mazzasette (comune di Urbino).

I tedeschi, con l’obiettivo di stroncare sul nascere la nascita di un’opposizione armata nella zona, intervennero per catturare il Ferri il 1 novembre ma costui si difese con armi da fuoco e bombe a mano, spalleggiato da alcuni abitanti del luogo: nello scontro persero la vita un tedesco, due donne e un giovane del posto; gli attaccanti ebbero anche due feriti. Erivo Ferri riuscì a sfuggire alla ricerca e successivamente si diede alla macchia nella zona di Cantiano[28].

Nel frattempo a Pesaro veniva arrestato (5 novembre), torturato e ucciso (7 novembre) nella caserma Del Monte, sede del comando tedesco, l'azionista Anteo Ruggeri[29].

 

Verso la guerra partigiana

Tra novembre e dicembre, nella zona di Cantiano, si creò il primo nucleo della V Brigata Garibaldi "Pesaro". Ne furono i fondatori il già menzionato Erivo Ferri ed alcuni "vecchi" militanti comunisti, in parte del posto (Egisto Cappellini, Pierino Raffaelli, Nazzareno Lucchetta, Giovanni Garofani, Ubaldo Vispi). Ad essi si aggiunsero alcuni giovani antifascisti (tra cui i fanesi Gianetto Dini, Vincenzo Lombardozzi, Gianni Pierpaoli) e alcuni slavi, fuggiti dopo l'8 settembre dai campi di prigionia (Vinco Kosuk, Frajo Simac, Drago Gorenc)[30].

Numerose all'inizio le difficoltà, tra le quali si segnalavano il rifornimento di armi[31], lo scetticismo dei quadri[32] e quello della popolazione[33]: non vennero attuato quindi, in un primo momento, azioni contro forze tedesche e fasciste[34].

 

I dirigenti del Fascismo repubblicano provinciale

Nel capoluogo di provincia i fondatori del Fascio repubblicano furono una manciata[35], in gran parte giovani: l'unico personaggio di rilievo del passato regime era il tenente colonnello Agostino Vandini, segretario federale fino al 25 luglio 1943 e nominato reggente della Federazione dei Fasci repubblicani fino al 10 ottobre, quando gli furono affiancati due giovani ufficiali combattenti[36]. Non numerosi gli iscritti nei fasci costituiti nelle settimane successive nei vari centri della provincia: al 25 ottobre erano 550, numero esiguo se confrontate con le adesioni del passato regime (3.660 a Pesaro; 15.748 nell'intero territorio provinciale). Preoccupante il fatto, e notato all'interno di "Repubblica", che si riducesse drasticamente il numero dei giovani e aumentasse quello dei "vecchi"[37]. Nel gennaio 1944 gli iscritti al PNF, in tutta la Provincia, erano 950[38].

Rimase pertanto sostanzialmente estranea al nuovo regime la stragrande maggioranza della popolazione pesarese: da stessi fonti fasciste si evidenzia, fin dal novembre 1943, l'attendismo, l'assenza di consenso e la "mentalità anglofila" della popolazione locale, nonché la difficile situazione politica in cui si trovavano ad operare gli iscritti al partito fascista[39].

Venne anche fondato un giornale, espressione del PFR provinciale, "Repubblica. Organo dei combattenti e dei lavoratori", pubblicato a Pesaro dal 1 ottobre 1943 all'11 maggio 1944, di cui fu animatore e editorialista Caterbo Mattioli[40]. Espressione dell'anima "moderata" del Fascismo, presenta diversi aspetti interessanti: nella convinzione che in fascismo non si dovesse identificare  con le squadre d'azione, le spedizioni punitive, la violenza, le vendette, criticò, in alcuni articoli, il passato, i rituali del partito, le azioni di rappresaglia, l'illegalità di alcuni camerati, cercando una pacificazione nazionale, evidenziando una certa tolleranza nei confronti degli antifascisti e dei giovani irreperibili alla chiamata alla leva, proponendo riforme "socialiste", criticando lo stesso Mussolini (che personalmente si considerò "preso a partito e vilipeso" da alcuni brani del giornale pesarese)[41].

 

La stagione dei bombardamenti

Dal dicembre 1943 iniziarono nella nostra provincia i bombardamenti aerei degli alleati, diretti prevalentemente sulle città della costa (ma con alcune sanguinose eccezioni riguardanti le città dell’interno, come Urbania).

Il 28 dicembre il primo bombardamento subito da Pesaro causa diciassette morti e danni leggeri allo stabilimento di motocicli Benelli[42]. Nella notte tra 3 e 4 gennaio il capoluogo provinciale fu di nuovo sotto il fuoco di due  unità navali che fecero pochi danni materiali e cinque morti[43].

Iniziava nel frattempo lo sfollamento dalle città costiere: il 3 gennaio un manifesto prevedeva lo sgombero della popolazione per una fascia di 10 km dalla costa nel giro delle successive 48 ore[44].

Il 21 gennaio un autentico massacro avvenne ad Urbania, località priva di obiettivi militari: all'uscita dalla messa un numero imprecisato di aerei sganciarono bombe sulla cittadina. Enormi i danni materiali, spaventose le perdite umane: 250 morti,  più di 500 feriti[45].

Il 24 marzo Pesaro e Fano furono pesantemente bombardate da quadrimotori alleati:  a Pesaro si contarono sette morti e 23 feriti, danni al cimitero, all'acquedotto nonché ad abitazioni civili[46].

Il 24 e il 25 aprile massicci bombardamenti su Pesaro provocarono più di trenta morti (10 nel primo attacco, 23 nel secondo) e  distrussero o danneggiarono civili abitazioni e impianti pubblici (compresi teatro, mulini Albani, ospedale, scuole e due chiese cittadine). Un aereo sudafricano fu abbattuto dalla contraerea pesarese[47]. I bombardamenti si intensificarono nei mesi successivi, troppo numerosi per essere ricordati[48].

 

La “soluzione finale” evitata

I tedeschi avrebbero voluto rastrellare tutti gli ebrei presenti in Italia, per inviarli nei campi di concentramento. Richiesero pertanto la collaborazione, per l’individuazione di tali individui, delle autorità italiane e, tra la fine di novembre 1943 ed i primi di dicembre, fu ordinato dall’autorità prefettizia alle forze dell’ordine di arrestare tutti gli ebrei, stranieri ed italiani, per inviarli in appositi campi di concentramento provinciali (dai quali sarebbero stati inviati in Germania)[49]. Per una serie di motivi, il piano criminale fallì: molti ebrei di loro iniziativa si erano allontanati dal loro domicilio ed erano pertanto irreperibili; del resto le autorità di polizia italiane agirono blandamente, per deliberata scelta o costrette dalle difficoltà del momento, e molti conventi e parrocchie offrirono ai ricercati un nascondiglio sicuro[50].

Tali provvedimenti inoltre non riguardavano gli individui sposati con ariani, gli anziani e i malati gravi: in definitiva furono arrestati in tutto il territorio provinciale solo 40 ebrei che, non essendo stato allestito il campo di concentramento provinciale, vennero rimandati nei comuni di internamento (e, al successivo arresto, erano tutti  irreperibili)[51].

In definitiva nessuno degli ebrei censiti come residenti nel 1938 o individuati fino al 1943 dalla questura di Pesaro subì la deportazione dopo un arresto nel territorio provinciale ad opera di forze dell’ordine italiane[52].

Con il ripiegamento tedesco, si cominciò a temere per la vita dei pochi ebrei ancora individuabili, anche perché i tedeschi, già dalla fine di maggio, avevano deciso, richiedendo direttamente ai comuni l’elenco degli ebrei residenti, di gestire autonomamente la questione. Alcuni ebrei stranieri malati, presenti nell’ospedale di Urbino, furono pertanto nella seconda metà di luglio arrestati dai tedeschi, portati a Forlì e qui barbaramente uccisi, presso l’aeroporto di quella città[53].

 

Le azioni della Garibaldi

Nel mese di gennaio le azioni partigiane si moltiplicano e il partito comunista provinciale, schierato ancora ai primi dell'anno su posizioni attendiste, sostenne da questo momento con decisione la guerra in montagna: il nucleo di Erivo Ferri, attivo al confine con l'Umbria, aveva infatti realizzato in quel mese le prime importanti azioni (tra cui, il 19 gennaio, il sabotaggio della centrale elettrica della miniera Ca' Bernardi di Bellisio Solfare)[54]: la fase di organizzazione era ormai superata e si entrava in quella di guerriglia vera e propria.

La Brigata, organizzata nel gennaio 1944 in due distaccamenti (Gramsci, venti uomini al comando di Ugo Raffaelli; Picelli, cinquanta uomini al comando di Erivo Ferri) vedrà presto lievitare i suoi componenti, fino a 750 (di cui 130 stranieri), organizzati in cinque battaglioni[55]: ogni brigata comprendeva non meno di trecento uomini inquadrati in distaccamenti di 30-50 uomini suddivisi in squadre (dieci elementi) e nuclei (cinque partigiani). I battaglioni erano composti di tre distaccamenti[56].

Bassa l'età media dei militanti (solo il 17,7% aveva più di trentacinque anni); dal punto di vista sociale erano, per circa un terzo, "proletari" (operai, manovali e salariati), per un altro terzo contadini (mezzadri, boscaioli, coltivatori diretti) ed i restanti appartenenti al ceto medio urbano (artigiani, impiegati, insegnanti, commercianti, ex ufficiali); gran parte degli aderenti alle formazioni partigiane erano iscritti o simpatizzanti del partito comunista[57].

Grosso problema fu costituito dalla mancanza di armi e munizioni: si limitò pertanto l’ingresso di nuovi elementi, che volevano aderire alle formazioni (le cui file teoricamente potevano essere ingrossate senza particolari problemi dal numero dei renitenti, numerosi a causa del "bando Graziani", che richiamava alle armi i giovani delle classi 1922, 1923, 1924 e 1925 e prevedeva la pena di morte per renitenti e disertori)[58].

Le zone d'azione della brigata erano quelle di montagna: il 1o e il 5o battaglione agivano nella zona di Monte Catria-Monte Nerone, nella zona sud-occidentale della provincia (con sconfinamenti nella vicina Umbria: territorio compreso tra Pergola, Bellisio, Costacciaro, Scheggia, Pietralunga, Bocca Serriola, Apecchio, Piobbico, Acqualagna, Cagli); i battaglioni 2o, 3o e 4o operavano invece nella zona immediatamente a nord, delimitata da Apecchio, Bocca Serriola, Borgo Pace, Badia Tedalda, Sassocorvaro, Schieti, Urbino, Fermignano, Urbania, Piobbico (con sconfinamento nelle province di Arezzo e Perugia)[59].

 

Prime azioni partigiane

Numerose, e non riassumibili nel presente lavoro, le azioni partigiane[60].

Nel mese di febbraio 1944 possiamo ricordare l'occupazione di Piobbico (1 febbraio)[61]. Nello stesso giorno venne ucciso Pompilio Fastiggi, a S. Angelo in Vado [62]. Il 24 di quel mese venne effettuata dalla Gnr un'operazione militare per eliminare le formazioni partigiane dalla provincia: l'azione non diede però i risultati sperati[63].

Il 19 marzo venivano catturati da un gruppo di fascisti e tedeschi nella zona di Monte Soffio presso Urbino Gianetto Dini e Ferdinando Salvalai, fucilati il 1 aprile 1944 a Massa Lombarda[64]. Tra il 24 e il 25 marzo venne organizzato un grande rastrellamento nelle zone dei monti Catria, Nerone e Petrano: sopra S. Polo vennero respinte  (25 marzo) dai partigiani della “Fastiggi” e della “Pisacane” (un’ottantina di uomini in tutto) le truppe fasciste e tedesche  che cercavano di rastrellare la zona[65]; nello stesso giorno ci fu un altro violento scontro a Frontone[66].

Il 26 marzo in un rapporto per il comando generale della GNR, il maggiore Luigi Pezza, comandante della III legione, scriveva che i ribelli hanno opposto una coraggiosa resistenza ed hanno dimostrato di saper ben sfruttare il terreno. Essi posseggono molte armi automatiche che usano con particolare competenza. La forza si ritiene raggiunga i 700-800 uomini. Sono organizzati abbastanza bene e tengono sotto il loro assoluto controllo i vari paesi, a danno dei centri maggiori i quali non possono ricevere carni, grassi, formaggi, ed altri generi alimentari per divieto dei ribelli. Nella zona da essi controllata ogni edificio porta scritte inneggianti a Stalin e buona parte della popolazione si dimostra particolarmente favorevole alla loro azione[67].

Nella notte tra il 2 e il 3 aprile fu attaccata S. Agata Feltria, saccheggiato il presidio, disarmati i militari presenti, fatti nove prigionieri (tra cui due militi, il segretario locale del Fascio e quattro agenti di Pubblica sicurezza) che, nelle intenzioni dei partigiani dovevano essere oggetto di scambio con altri prigionieri dei fascisti[68].

 

La strage di Fragheto

Il 6 aprile venne effettuato un rastrellamento, da parte di alcune centinaia di tedeschi e militi della GNR, nel Montefeltro, dove erano attive due brigate partigiane, collegata all’VIII Garibaldi di Romagna. Per sfuggire all’accerchiamento, la un nutrito numero di partigiani si diresse a Fragheto, dove trascorse la notte tra il 6 e il 7.

Il 7 aprile si accese battaglia nella tarda mattinata, tra le 10 e le 11, e, dopo tre-quattro ore, i partigiani si ritirarono verso S. Agata Feltria. Soldati tedeschi inviati a rastrellare il gruppo di case di Fragheto, scoprirono in una casa del luogo un partigiano ferito e, dopo averlo ucciso, si abbandonano ad una orribile strage, massacrando uomini, vecchi, donne e bambini[69].

Lucida la ricostruzione fatta alcuni giorni dopo dall’aiutante capo comandante interinale dei Carabinieri, Ezio Vitaletti[70].

Soltanto stamani al sottoscritto e al comandante del locale distaccamento maresciallo IOCCA è stato possibile accedere in Casteldelci per accertamenti in merito ai luttuosi fatti verificatisi in quel comune in seguito all’azione di rastrellamento di bande ribelli operata dalle truppe tedesche e della GNR nei giorni 6-7-8 corrente.

Com’è noto il territorio di Casteldelci (Pesaro), era da tempo infestato da ribelli e l’azione repressiva di dette truppe è stata svolta specialmente nella frazione di Fragheto del suddetto comune.

La notte dal 6 al 7 detta frazione venne invasa da forti gruppi di ribelli che costrinsero quei villici a mettere a loro disposizione  le proprie abitazioni, i letti e i viveri, lasciando ai rispettivi proprietari soltanto la possibilità di dormire nelle stalle e nelle capanne.

Il 7 detto, verso le ore 12, i predetti ribelli, avendo notato che verso quella frazione stavano avanzando truppe germaniche, abbandonavano l’abitato ritirandosi in posizioni più favorevoli, e precisamene tra la frazione di Fragheto e la borgata Calanco.

Fu in tale posizione che verso le ore 13 ebbe a svolgersi un furioso combattimento tra i  ribelli e le truppe tedesche, durante i l quale queste perdevano tre o quattro uomini e quelli un numero maggiore, non potuto precisare (forse una decina).

Intanto i ribelli superstiti, vista l’impossibilità di resistere alle truppe germaniche, abbandonavano il campo di battaglia fuggendo per ogni dove, mentre i germanici, ritenendo, forse che una parte di essi si fosse rifugiata nella vicina frazione di Fragheto, si portavano in questa ove iniziavano subito una nutrita azione di fuoco.

Imponevano quindi agli abitanti di uscire dalle proprie case, davanti alle quali una parte di essi, e cioè quelli che ne erano usciti, venivano freddati a colpi di pistola, di bombe e di mitragliatrici, senza riguardo per i vecchi, malati, donne e bambini. Indi, gli stessi soldati germanici, penetrati nelle 14 abitazioni di cui è composta la frazione, uccidevano quanti altri in esse venivano trovati, appiccandovi poi il fuoco, l’azione del quale ne distruggeva completamente 5, parzialmente 3, mentre sei rimanevano intatti, non avendo il fuoco stesso attaccato.

In tutto risultavano uccisi:

n° 8 uomini tra 20 e 72anni

n° 15 donne adulte tra 20 e 71 anni

n° 6 bambini tra mesi uno e mesi 6

Altre 2 donne risultano ferite gravemente.

Cinque delle suddette vittime, rimaste sotto le macerie delle case distrutte dall’azione del fuoco, non sono state ancora estratte.

Una famiglia composta di undici persone ha avuto nove morti ed un ferito; altra famiglia composta di 10 persone ha avuto sei morti, ed altra, composta di cinque persone, ne ha avute quattro morte.

Va rilevato che tra gli abitanti di Fragheto non risulta che vi fossero ribelli del luogo, disertori e renitenti, e che essi, lungi dal favorire i ribelli stessi, ne avevano dovuto subire forzatamente tutte le conseguenze e le ribalderie da quando la zona ne era stata infestata.

L’eccidio ha prodotto forte sdegno nelle popolazioni le quali sono assai costernate e vivono in preda a vivo panico.

Il giorno successivo vennero quindi fucilati dai fascisti della Brigata Nera “Venezia Giulia” a Casa Carrettoni (S. Agata Feltria), dopo oltraggi e inumane sofferenze subiti in quei due giorni, otto partigiani gravemente feriti, catturati dai tedeschi nell’infermeria di Capanne[71].

 

Le azioni partigiane nei mesi di aprile e maggio

L'11 aprile i partigiani occupavano per alcune ore Apecchio[72], il 12 Acqualagna[73]. Il 28 dello stesso mese fu attaccata Piandimeleto, dove era presente un grosso contingente di soldati della Guardia Nazionale Repubblicana (circa 150 uomini): furono disarmati tutti i militi fascisti, saccheggiata la loro caserma, aperti i silos del grano, sequestrato il capitano D’Ortona, comandante del presidio (poi fucilato)[74]; “l’azione, condotta da 29 partigiani in tutto, è durata mezz’ora fruttando un bottino di armi, munizioni, granate, 9 cavalli, 400 coperte, 80 paia di scarpe, 60 tende ed altro materiale da casermaggio Ebbe grande risonanza e costituì l’inizio dello sfascio, psicologico e militare, della GNR e della TODT in tutta la zona. I lavori di fortificazione  furono praticamente sospesi e ben 40 militari GNR passarono ai partigiani, altre decine disertarono, provocando lo scioglimento dei presidi che erano stati allestiti nella zona”[75].

Il 23 aprile 1944 si costituì, per iniziativa del CLN pesarese, la seconda brigata partigiana della nostra provincia, la “Bruno Lugli”, che prendeva il nome da un combattente antifascista morto nel 1937 nella guerra di Spagna[76]. La Brigata, formata da diversi distaccamenti (Calducci, Metaurense, Toscano, Don Minzoni), era attiva nella zona del Metauro, con epicentro a Fonte Corniale[77].

Il 2 maggio furono occupate (dai partigiani della Bruno Lugli) Isola del Piano[78] e (da quelli della Garibaldi) Borgo Pace[79]; il 5 maggio fu attaccata Cagli, che rimase nelle mani dei partigiani per alcune ore[80]. Nella notte tra il 9 e il 10 maggio furono occupate, dai partigiani del distaccamento “Montefeltro”, le caserme dei Carabinieri e della Guardia di Finanza di Mercatino Conca, dalle quali furono asportate armi ed equipaggiamento[81]. Verso la metà di maggio fu occupata anche S. Leo, tenuta per trenta giorni dai partigiani[82].

I tedeschi effettuarono nel mese di maggio e ai primi di giugno grandi operazione di rastrellamento contro partigiani e renitenti: l'imminente avanzata alleata rendeva necessaria l'approntamento della Linea Gotica e dovevano essere pertanto eliminate le sacche di disturbo. Le varie bande riuscirono però, con qualche perdita, a sganciarsi in tempo, ripiegando in altre zone e ritornando in breve nell'area originaria[83].

 

I militi della Tagliamento

Il 4 giugno venne organizzato un ultimo grande rastrellamento nella zona di Sestino, Badia Tedalda e Pieve S. Stefano: si combatté una vera e propria battaglia ad est di Parchiule e sulle pendici dei Monti della Luna e i tedeschi dovettero ritirarsi[84].

Si moltiplicarono, nel mese di giugno, le operazioni: sono state contate circa 400 azioni, tra cui distruzioni di ponti, occupazioni di paesi, scontri con militi, fucilazioni di spie e  repubblicani[85].

Per rispondere all’intensificarsi della lotta partigiana, contro la quale i risultati erano stati limitati, venne spostata il 6 giugno 1944 dal Vercellese, dove allora si trovava, la legione “Tagliamento”, formata da fanatici fascisti, responsabili di decise (e feroci) azioni antiguerriglia nella nostra provincia nell’estate del 1944. “Resterà in zona fino al 5 agosto 1944, agli ordini dell’oberfuhrer Hildebrandt comandante delle SS del settore Adriatico. Sessanta giorni per fucilare 45 persone: partigiani, civili, arruolati nelle formazioni di lavoro coatto, o nelle formazioni militari repubblichine; seviziare, stuprare, incendiare”[86].

Meno efficace la guerriglia partigiana nel resto nella nostra provincia per l’aumentata presenza delle truppe tedesche (il fronte si stava spostando verso nord e le truppe germaniche si preparavano a difendere ogni metro di terreno sulla Linea Gotica) e per il ripiegamento della V Brigata “Garibaldi” dietro le linee anglo-americane: i partigiani dopo assicurazioni degli Alleati di rifornimento in viveri e in armi e di poter continuare a combattere, ricevettero l’ordine di passare il fronte, e attraversa le linee sfilando indisturbata davanti alle truppe tedesche dislocate sui Monti del Catria. Sono oltre 800 uomini[87]. Ma, una volta giunti in Umbria, gli uomini della Brigata vennero disarmati, a S. Faustino, in Umbria, il 15 luglio 1944: gli Alleati preferivano non mantenere armati centinaia di comunisti o simpatizzanti tali[88].

Anche la “Bruno Lugli”, che era attiva nella zona del Metauro ed aveva il suo epicentro intorno a Fonte Corniale, fu attaccata, nella seconda metà di luglio, da ingenti truppe tedesche: i partigiani riuscirono a disperdersi ma il paese fu dato alle fiamme[89].

 

Altre forze partigiane

Ricordiamo nella nostra provincia la presenza, oltre alla V Brigata Garibaldi e alla Bruno Lugli, di altre formazioni partigiane: il distaccamento autonomo "Montefeltro", diretto da  Giuseppe Paioni, talvolta collegato alla Garibaldi Pesaro, talvolta in contatto con l’VIII Brigata Garibaldi “Romagna”, nato a Macerata Feltria l’8 marzo 1944 e formato da un’ottantina di uomini[90]; il distaccamento “Mazzini”, operante nel Montefeltro e collegato con la predetta VIII Brigata Garibaldi “Romagna”[91]; i CLN e le formazioni Gap[92].

I Gruppi di Azione Pattriottica nacquero contestualmente alla Brigata Garibaldi da membri della Guardia Nazionale organizzata dall'ottobre 1943: essi si dedicavano al lavoro cospirativo e di sabotaggio nelle città e, soprattutto, al reperimento di armi e munizioni da inviare ai combattenti in montagna (rimanendo gli effettivi dei Gap pressoché disarmati)[93].

Tra le imprese della GAP Pesaro si può ricordare la distruzione di un deposito mine, eseguita nella notte del 21 gennaio 1944, a Montecchio di Pesaro. L'impresa ebbe pieno successo ma i "danni collaterali", non preventivati dagli autori, furono spaventosi: tra gli sfortunati abitanti della località, rimasti travolti dalle macerie delle case, rase al suolo dalla tremenda esplosione, si contarono 30 morti, oltre a cinque militari (un tedesco e quattro italiani) di guardia alla polveriera[94].

Ricordiamo infine che nella zona di Cantiano, tra Marche ed Umbria, operava, accanto alla Garibaldi, la "San Faustino", formazione "badogliana": "il principale luogo di contatto tra le due formazioni fu, fino al rastrellamento di maggio, la Serra di Burano ed in particolare la parrocchia di Morena, posta proprio al confine tra le Marche e l'Umbria e sede, durante la primavera, del comando della San Faustino"[95]. Vari membri della S. Faustino erano inoltre ideologicamente più vicini alla comunista Garibaldi che al proprio gruppo dirigente, liberale e "badogliano" (e la tensione tra le varie anime della brigata fu a tratti elevata). In particolare il gruppo "Montebello", attivo nella zona di Pietralunga e Valdescura (e formato prevalentemente di uomini di Città di Castello), godeva di larga autonomia così che, pur appartenente alla S. Faustino, era anche considerato distaccamento della Garibaldi Pesaro[96].

 

La ritirata tedesca sulla Gotica

Il 6 aprile il Commissario prefettizio, tenente colonnello Krahl, ordinava di sgomberare entro le ore 24 del 12 aprile, la zona mare di Pesaro tra strada delle Marche, viale della Vittoria, via Paterni, via Cecchi, via Badò[97].

Tutta la città di Pesaro nel perimetro stazione-viale Vittoria-ponte di Porta Rimini-sottopassaggio su via Flaminia fu invece sgomberata  dopo la metà di giugno: la comunicazione, del 14 giugno, prevedeva lo sgombero totale entro le ore 12 del giorno 24 di quel mese e riguardava non solo Pesaro ma tutti i paesi situati nella fascia della "linea Gotica", una potente linea difensiva che tagliava in due la Penisola da Massa Carrara a Pesaro[98]. La linea fortificata seguiva la cresta degli Appennini, l'Alpe della Luna, la riva sinistra del Foglia, "era lunga circa 320 km e consisteva in un complesso di opere difensive in profondità, che si addensavano nelle zone meno munite dalla natura, come nella fascia pianeggiante del Pesarese. Le fortificazioni, caverne nei monti, torrette d'acciaio dei carri Panther piantate su basi di ferro e cemento armato, piccole ridotte d'acciaio per mitragliatrici, grossi bunker in cemento armato per cannoni, postazioni per tiratori scelti, trincee, reticolati, campi minati, fossati anticarro (ne erano stati realizzati due, fra Montecchio ed Osteria Nuova e davanti a Borgo Santa Maria) non erano ancora terminate alla fine di agosto"[99].

Lentamente la linea del fronte stava raggiungendo la nostra provincia: dopo la conquista di Roma (4 giugno), i tedeschi  si ritirarono e si riorganizzarono(20-28 giugno) sulla linea Albert (Grosseto-lago Trasimeno-Numana)[100]. Il 18 luglio i Polacchi entravano ad Ancona; il 29 a Senigallia[101].

 

Smobilitazione fascista

Dopo la caduta di Roma, Mussolini e il segretario federale del PFR, Pavolini, cercarono di salvare dalla disfatta e dallo sbandamento gli elementi fascisti più fedeli delle province dell'Italia centrale: venne pertanto previsto l’evacuazione degli elementi fascisti "di provata fede" e delle loro famiglie nell’Italia settentrionale[102]. Ciò non impedì la diserzione dei militi della Guardia Nazionale Repubblicana: il presidio di Cagli, comandato dal ten. Evandro Rossi, si ridusse ad esempio nel giro di tre giorni (16-18 giugno) di circa due terzi (da trenta ad undici elementi)[103].

Complessivamente, in base a documenti interni, il quadro del ripiegamento verso il paese di Bozzolo, nel Mantovano, interessò circa trecento legionari, tra ufficiali, sottufficiali e militi[104], e un numero imprecisato di loro familiari. Un altro gruppo di fascisti fu sfollato nella città di Crema e nei comuni vicini[105]. Il comando provinciale della GNR di Pesaro fu quindi sciolto, a Bozzolo, nella prima settimana di luglio 1944[106].

 

L'avanzata degli Alleati:  le forze in campo nel luglio 1944

Ci si preparava nel frattempo per lo scontro finale, in cui sarebbero stati coinvolti migliaia di uomini, nell’uno e nell’altro schieramento.

Il generale Anders aveva i comando delle truppe del settore adriatico. Ai suoi ordini era il 2° corpo d'armata polacco che, "nel luglio 1944 poteva contare su una forza di circa 45.000 uomini, pur essendo molto bene armato ed attrezzato a livello di artiglieria (17 reggimenti con circa 660 cannoni di tipi diversi), di truppe corazzate (3 reggimenti di carri armati e 3 reggimenti di cavalleria, 170 carri armati e 180 mezzi blindati) e di mezzi di trasporto (12.000 automezzi), era piuttosto carente per quel che riguardava la fanteria. Le due divisioni che lo componevano, la 3a Carpazi e la 5a Kresowa, erano costituite solamente da due brigate ciascuna". Il corpo polacco operò sulla costa: direttamente sull'Adriatico la Carpazi; alla sua sinistra la Kresowa[107].

Furono affiancati ai polacchi, per sostenere l'offensiva sulla costa adriatica:

a) il Corpo di Liberazione Italiano (CIL), formato da 14 battaglioni, comandato dal generale Utili; a differenza del Corpo d'Armata Polacco, era formato soprattutto di truppe di fanteria (18.000 uomini) ed erano carenti invece artiglieria  (circa 90 pezzi) ed automezzi; operò a sinistra del corpo polacco, alle pendici degli Appennini[108];

b) due reggimenti corazzati (7° Ussari e Household Cavalry) e due reggimenti di artiglieria inglesi;

c) la banda Majella, "gruppo partigiano addestrato per la montagna, equivalente ad un battaglione di fanteria" e la 111a compagnia di difesa dei ponti (unità mista italo-polacca)[109].

Si opponeva a queste forze due divisioni di fanteria tedesca, la 71a e la 278a, che avevano alle loro spalle la linea fortificata “Gotica”[110].

 

La battaglia del Cesano

Dopo la liberazione di Ancona (18 luglio 1944), i tedeschi si attestarono  su una linea di difesa tra i fiumi Cesano e Misa-Nevola, che si estendeva “da Scapezzano, Santa Lucia e Monterado per Corinaldo e Castelleone di Suasa fino a Loretello, Palazzo e Caudino"[111].

La battaglia di sfondamento di questa linea iniziò nella mattinata del 9 agosto: nel settore polacco furono attaccati Scapezzano, Santa Lucia, La Croce e Monterado; più all'interno il CIL attaccava e conquistava Monterado e Santa Maria[112]. La battaglia, che si protrasse per due giorni e costò al corpo polacco 82 morti, 304 feriti e 4 dispersi (200 morti, 600 feriti e 300 prigionieri ai tedeschi), permise il raggiungimento della vallata del Cesano e l'interruzione delle comunicazioni stradali Pergola-Cagli: il 9 agosto fu occupata Serra Sant'Abbondio; l'11 agosto Frontone. I tedeschi, non potendo resistere all'offensiva alleata si ritirarono sul crinale tra Cesano e Metauro[113].

 

La battaglia del Metauro

La notte tra 17 e 18 agosto fu scatenata dagli Alleati l'offensiva per superare anche questa linea difensiva e indebolire il più possibile le forze tedesche prima dell'attacco alla Gotica. Il piano aveva come obiettivo quello di scardinare le difese nemiche nella zona di Mondolfo-S. Costanzo-Cerasa-Montemaggiore[114].

La battaglia si protrasse per tre giorni e vide i principali combattimenti nei pressi di Orciano, S. Andrea di Suasa e Barchi. Essa permise l'espugnazione di varie posizioni di difesa tedesche (a monte Cucco, S. Giorgio di Pesaro, Piagge), il quasi completo annientamento del 2° battaglione del 992° reggimento granatieri e la conquista (22 agosto) di tutta la vallata del Metauro fra Montemaggiore e Fossombrone[115].

Nel frattempo il CIL, partendo dalla zona di Pergola, aveva liberato Cagli e Acqualagna (21-23 agosto) e conquistato i monti Paganuccio e Pietralata[116].

I tedeschi persero circa 200 uomini, a cui si devono aggiungere feriti (600) e prigionieri (253); la 278a divisione tedesca di fanteria perse i quattro quinti degli effettivi e fu ritirata dal fronte: fu sostituita dalla 1a divisione paracadutisti, operante lungo la costa[117].

 

L'attacco alla Gotica: le forze in campo

Contro la linea Gotica fu intrapresa sul fronte adriatico un'offensiva (operazione "Olive") che, iniziata il 25 agosto 1944, sarebbe durata 135 giorni. Essa, operata dall'VIII Armata, guidata dal generale sir Oliver Leese, aveva obiettivi ambiziosi (l'occupazione di tutto il territorio fino a Venezia)[118] e prevedeva, in un secondo momento, anche l'intervento della V Armata che, dalla Toscana, avrebbe dovuto sfondare il fronte tedesco sulla direttrice Firenze-Bologna: questa seconda parte del piano non fu attuata e le operazioni di guerra furono sospese, il 6 gennaio 1945.

Gli alleati potevano disporre su una schiacciante superiorità in uomini e mezzi. I soldati attaccanti erano almeno mezzo milione di uomini:  il grosso era costituito dai 410.500 uomini dell'VIII armata (53.500 canadesi, 61.500 polacchi, 117.000 inglesi ed indiani, 40.000 neozelandesi); ad essi si affiancavano altre consistenti forze regolari (tra cui i 24.000 italiani del CIL) e irregolari (i partigiani italiani "la cui attività è preziosa, sia per minacciare le retrovie tedesche, rendendole insicure, sia per guidare i reparti alleati, sia per infiltrarsi nella linea del fronte aggirando le postazioni tedesche, sia per assicurare le retrovie alleate dalle infiltrazioni di spie ed agenti fascisti, sia per costituire le prime forme di governo democratico")[119]. Essi inoltre avevano il dominio assoluto e incontrastato dell'aria.

Al momento dell'offensiva era schierato dalla costa verso l'interno, per un tratto che di circa undici chilometri, il corpo d'armata polacco; più all'interno, verso Montemaggiore, per circa tre chilometri, il corpo d'armata canadese del gen. Burns; alla sinistra, per trentacinque chilometri, il quinto corpo d'armata britannico, affidato al gen. Keightley, tra S. Ippolito ed Acqualagna (alle cui dipendenze si trovava anche il CIL del generale Utili); a sinistra di questo si trovava il decimo corpo d'armata britannico del gen. McCreery (con il solo compito di coprire il fronte sinistro dell'attacco, che sarebbe stata scatenata, da Acqualagna al mare, dai primi tre corpi d'armata menzionati)[120].

Alle forze alleate si contrapponeva, nel settore adriatico costiero "due sole divisioni nemiche, la 1a paracadutisti del generale Richard Heidrich (sono i famosi 'diavoli verdi' di Montecassino), che è sì al 75 per cento dei suoi normali effettivi, ma è rimpolpata di reclute inesperte, e la 71a divisione di fanteria del generale Wilhelm Raapke, ormai ridotta agli estremi e capace solo di 'difendersi entro certi limiti'. Una terza divisione, la 278a di fanteria del generale Harry Hoppe, è talmente malconcia dopo due mesi di ininterrotti combattimenti contro gli indiani, i polacchi e gli italiani, che ha dovuto trasferirsi in seconda linea, dietro il fragile schermo di un reggimento alpino in fase di partenza per il confine italo-francese"[121].

La sproporzione di forze era quindi a vantaggio degli Alleati: contro le due divisioni tedesche del Metauro potevano impiegare ben dieci divisioni (di cui tre corazzate) e quattro brigate corazzate[122].

 

L’attacco alla Linea Gotica

La battaglia cominciò nella notte tra 24 e 25 agosto, quando la 5a brigata Wilno passò il Metauro nei pressi di Lucrezia; la sera del giorno seguente i polacchi avevano occupato il monte delle Forche. I tedeschi abbandonano le posizioni e si ritirano sulla Gotica, verso cui puntano le forze alleate. Lo stesso primo ministro inglese, Churchill, è presente sul fronte, a Serrungarina e a Saltara[123].

Il 27 e il 28 continua l'inseguimento dei tedeschi; si combatte furiosamente a Monteciccardo, conquistata, persa e rioccupata dalle truppe alleate[124]. Nel frattempo, all'interno, viene liberata Urbino[125]. Il 29 è raggiunto il Foglia nella zona di Montelabbate-Apsella-Colbordolo-Montefabbri[126].

Il 30 iniziano furiosi bombardamenti alla Gotica e, all'alba di quello stesso giorno "senza preparazione e appoggio di artiglieria, reparti della 4a divisione indiana traversarono il letto sassoso del Foglia e occuparono dopo un brevissimo scontro Monte della Croce. Era il primo avamposto fortificato della Gotica a cadere in mano alleata; i tedeschi, ripresisi dalla sorpresa, contrattaccarono più volte e con vigore, e riconquistarono Monte della Croce, ma nel pomeriggio lo persero definitivamente"[127].

Ma tutto il fronte era in movimento: il 31 i canadesi sfondarono il fronte tedesco a Montecchio, penetrando nelle fortificazioni della Gotica; il 1 settembre vengono occupate Tomba, Monteluro e Pozzo, mentre i tedeschi, ricevuto l'ordine di ritirata, ripiegarono sulla "linea Verde n. 2", tra Riccione, Misano, S. Clemente e Gemmano[128].

Nel frattempo si combatteva furiosamente a Pesaro, dove erano penetrati il 29 i lancieri polacchi, che tuttavia non poterono subito conquistare dato che i paracadutisti tedeschi vi avevano apprestato salde posizioni di difesa, campi minati e barricate. Ritiratisi prima della notte, ripresero gli attacchi il giorno successivo, raggiungendo il Foglia ma ritirandosi per la notte lungo la linea ferroviaria. Gli scontri continuarono nei due giorni successivi finché il ripiegamento iniziò il 1 settembre: il giorno successivo Pesaro era libera[129].

La prima fase dell'offensiva si chiudeva con un netto successo per gli alleati: la schieramento sulla Gotica era stato infranto. Tuttavia, sulla costa, da Cattolica a Rimini, i tedeschi difesero palmo a palmo il terreno.

"La guerra sulla costa marchigiana è passata, ma all'interno si combatte ancora duramente. A Tavoleto la 5a brigata indiana è respinta nella notte fra l'1 e il 2, ma due notti dopo i gurkha della 11a brigata riescono a prendere il paese dopo una lotta allucinante all'arma bianca (...). La notte prima anche Auditore era caduta nelle mani dei gurkha della 71 brigata, dopo una lotta all'arma bianca, altrettanto atroce. Degli altri centri marchigiani, Montegrimano sarà libera il 5, Pian di Castello il 6, Ripa Massana e monte Altavellio a metà mese"[130].

"L'operazione Olive, nota fra gli storici alleati e tedeschi come "battaglia di Rimini", si concluderà appunto a Rimini il 21 settembre col terribile bilancio di 50.000 morti, feriti e dispersi fra entrambi i contendenti. Le sue battaglie più sanguinose saranno la prima battaglia di Coriano (4-6 settembre), la seconda battaglia di Coriano (12-16 settembre), e le battaglie della linea difensiva fra Rimini e San Marino, detta "linea Gialla" (battaglie di San Marino, di San Fortunato e di Montecieco)"[131].

Anche dopo la presa di Rimini l'offensiva non si interruppe: sarebbe continuata fino al 5 gennaio dell'anno seguente, quando le truppe alleate decisero di fermarsi, per riprendere l'avanzata in primavera, sul fiume Senio.



[1]A. BIANCHINI, Cronologia, in A. Varni, “La Provincia di Pesaro e Urbino nel Novecento”, tomo II, Venezia 2003, pp. 1211-1277, a pag. 1239.

[2]Bianchini, Cronologia, p. 1239.

[3]Bianchini, Cronologia, p. 1239.

[4]A. BIANCHINI, Politiche provinciali e interventi pubblici: l’era delle strade, in A. Varni (a cura di), “La Provincia di Pesaro e Urbino nel Novecento”, tomo I, Venezia 2003, pp. 437-573, a pag. 440.ò

[5]A. BIANCHINI, La persecuzione razziale nel Pesarese, 1938-1944, in R.P. Uguccioni, “Studi sulla comunità ebraica di Pesaro”, s.l. (OGM), 2003, pp. 94-127, alle pagg. 108-114. Nel 1938 furono censiti nella provincia nove ebrei stranieri, nel 1943 sessanta. Le località prescelte per l’internamento furono dodici nel 1941 (Apecchio, Borgopace, Macerata Feltria, Mercatino Conca, Pennabilli, Piandimeleto, Piobbico, S. Leo, S. Agata Feltria, S. Angelo in Vado, Sassocorvaro, Tavoleto) e ulteriori nove nel 1942 (Colbordolo, Fano, Fermignano, Isola del Piano, Montebaroccio, Saltara, S. Costanzo, S. Ippolito, Urbania).

[6]Bianchini, La persecuzione razziale, p. 104.

[7]P. GIOVANNINI, Politica e società negli anni del fascismo. Appunti di ricerca, in A. Bianchini e G. Pedrocco, "Dal tramonto all'alba. La Provincia di Pesaro e Urbino tra Fascismo, guerra e ricostruzione", Bologna 1995, pp. 113-136, a pag. 133.

[8]P. GIOVANNINI, Politica e società negli anni del fascismo. Appunti di ricerca, in A. Bianchini e G. Pedrocco, "Dal tramonto all'alba. La Provincia di Pesaro e Urbino tra Fascismo, guerra e ricostruzione", Bologna 1995, pp. 113-136, a pag. 134.

[9]Bianchini, Cronologia, p. 1240.

[10]G. MARI, Guerriglia sull’Appennino, Urbino 1965, p. 70.

[11]A. TOMASUCCI, I 45 giorni e il C.L.N., in AAVV, “Pesaro contro il fascismo (1919-1944)”, Urbino 1972, pp. 113-145, a pag. 115. Ma vds. Giovannini, Politica e società, p. 135: “Peraltro, il 28 luglio, nei pressi del muro di cinta del cimitero di Pesaro, un ex squadrista si uccide sparandosi un colpo di pistola alla tempia".

[12]Tomasucci, I 45 giorni, p. 116.

[13]Tomasucci, I 45 giorni, p. 117.

[14]Testo riportato da R. GIACOMINI, Urbino 1943-1944, Urbino, 1970, p. 17. Il governo Badoglia aveva vietato gli assembramenti e ordinato alla forza pubblica di disperderli inesorabilmente.

[15] Riportato in Giacomini, Urbino, appendice documentaria, n. 3, p. 167.

[16]Tomasucci, I 45 giorni, p. 117.

[17]ROMAGNA E., La Resistenza armata nella provincia di Pesaro e Urbino. Situazione degli studi e proposte di ricerca, in Bianchini A. - Pedrocco G., "Dal tramonto all'alba. La Provincia di Pesaro e Urbino tra Fascismo, guerra e ricostruzione", vol II, Bologna 1995, pp. 9-39, a pag. 13.

[18]Romagna, La Resistenza armata, p. 13. A Pesaro avvenne un incontro, tra i tavoli del caffé Terenzi, tra esponenti fascisti e antifascisti, il 13 settembre, ma non ebbe seguito (Tomasucci, I 45 giorni, p. 120). Il testo dell’ “accordo” di Pesaro del 13 settembre 1943,  presto superato dal mutare delle circostanze, è riportato da Giacomini, Urbino, appendice documentaria, n. 7, pp. 170-171: I rappresentanti di tutte le correnti politiche adunatisi per lo scambio di idee suggerite dalle premesse e dallo spirito cui si è informata la dichiarazione dei fascsti anconetani dlel’11 settembre c.a. pubblicata sul Corriere Adriatico, convinti che la stessa, lasciando intatto ed impregiudicato ogni atteggiamento e ogni rispettiva responsabilità politica, ha soprattutto mirato a provocare una anzione amministrativa ispirata alla massima coesione civica nei gravissimi momenti che attraversiamo, dichiarano sotto la loro onorabilità di dare opera perché siano mantenuti l’ordine e la disciplina quali in questo moomento ne impone il nostro sentimento di italiani. A tale scopo si invitano tutti i cittadini a rimanere calmi e disciplinati in ogni evenienza perché non si abbia ad accrescer con sperperi, disordini e discordie la crisi penosa che attenta alla stessa nostra vita nazionale. Viva l’Italia. Firmarono il documento i fascisti col. Vandini, prof. Novelli, rag. Ciabatti, il socialista avv. Filippini, il democratico cristiano avv. Coli, il liberale Peroni, l’azionista rag. Luigi, il comunista Renato Fastiggi.

[19]R. GIACOMINI, Urbino 1943-1944, Urbino 1970, p. 36.

[20]Giacomini, Urbino, p. 32 ss. e appendice documentaria, n. 10 pp. 173-175 (Manifesto del Comitato dei cittadini urbinati) e documenti successivi (in particolare le pagg. 213-300: Verbali delle sedute del Comitato esecutivo dei cittadini urbinati).

[21]Giacomini, Urbino, p. 46.

[22]G. MARI, Guerriglia sull’Appennino, Urbino 1965, pp. 32-34; Giacomini, Urbino, p. 46 ss.

[23]Tomasucci, I 45 giorni, pp. 123-124. "Al prefetto Donadau, nominato durante il periodo badogliano, successe Angelo Rossi, ex segretario federale della provncia. Questi su pressione del comando germanico convocò gli esponenti del Fronte d'Azione con lo scopo di invitarli a non commettere azioni che potessero inasprire i rapporti con i tedeschi e indurre la popolaizone a disordini che avrebbero potuto essere duramente repressi. Si recarono in Prefettura Mancini, Filippini e Capolozza, i quali non assicurarono in nessun modo il rispoetto degli ordini, evitando però in seduito di compiere qualsiasi azione che avesse potuto provocare rappresaglie nei confronti della popolazione" (Tomasucci, I 45 giorni, pp. 124-125).

[24]Mari, Guerriglia sull’Appennino,, pp. 80-82; Tomasucci, I 45 giorni, p. 126; Romagna, La Resistenza armata, p. 14.

[25]O. RICCI, Relazione sulla costituzione e attività della Brigata "Garibaldi-Pesaro", supplemento a "Pesaro", n. 10, Pesaro, aprile 1974, p. 13: In breve tempo in molti centri della provincia sorsero squadre di G.N. che vennero armate quasi esclusivamente con le armi che le organizzazioni politiche di Pesaro e Fano erano riuscite a salvare dopo l'8 settembre. La G.N. ebbe a suo tempo inquadrati 700 giovani che però non diedero alle azioni lo sviluppo desiderato. La minaccia di rappresaglia agiva troppo su questi giovani che dovevano operare quasi sempre nelle vicinanze delle loro case, inoltre il ristagno delle operazioni sul fronte italiano lasciava prevedere che la nostra provincia non sarebbe stata liberata tanto presto.Tomasucci, I 45 giorni, pp. 127-128; Romagna, La Resistenza armata, pp. 14-15. La Guardia Nazionale sarebbe stata poi assorbita dalle formazioni partigiane e dai Gap.

[26]Giacomini, Urbino, p. 74: “Mentre in altre province dlela regione la resistenza è già abbastanza sviluppata, la provincia di Pesaro, tradizionalmente più “rossa” delle altre, è rimasta invece finora tranquilla, e ciò anche grazie alla politica accorta delle autorità locali”.

[27]R. GIACOMINI, Urbino 1943-1944, Urbino 1970, p. 19: “Tra i molteplici episodi individuali di opposizione al regime, è da segnalare la reazione con le armi alla violenza fascista del giovane operaio Erivo Ferri, che nel 1922 uccise un provocatoree, ripotandone la condanna a diciassette anni di carcere. Sarà liberato nel 1932”.

[28]Ricci, Relazione, p. 21: Un autocarro di tedeschi si recò in quel giorno per arrestare Ferri, noto comunista, già condannato a venti anni per aver ucciso un fascista nel 1922. Egli però accoglieva a fucilate e a bombe a mano i tedeschi che volevano entrare nella sua abitazione. Giunsero a Ca' Mazzasette altri sei autocarri di tedeschi per rinforzo, che tennero per ben tre ore il paesetto sotto il fuoco dei mortai e delle mitragliatrici. Erivo, spalleggiato da alcuni dei suoi organizzati, riuscì a sottrarsi alla cattura; in quello scontro perirono per mano della G.N. due tedeschi ed alcuni rimasero feriti. Perirono, purtroppo anche due donne ed un giovane del posto. I quaranta ostaggi che  i tedeschi prelevarono furono poi rilasciati. Mari, Guerriglia sull’Appennino, pp. 87-88; Romagna, La resistenza armata, p. 15; Giacomini, Urbino, pp.71-73 e 263-265 (Riunione del comitato esecutivo del 4 nvoembre 1943).

[29]G. MARI, Guerriglia sull’Appennino, Urbino 1965, p. 32; Romagna, La resistenza armata, p. 15.

[30]Ricci, Relazione, pp. 13-14: L'11 novembre 1943, Erivo Ferri (Francesco) accompagnato da Nicola raggiunse la zona di Cantiano come primo partigiano di un gruppo che sorse quasi subito... A Francesco si unirono poco dopo (4 dicembre) Giannetto Dini, Gianni Pierpaoli, Vincenzo Lombarozzi, che insieme agli slavi Franjo, Drago e Vinco costituirono il primissimo nucleo partigiano della provincia. Le prime difficoltà furono superate grazie  alla collaborazione di elementi locali che ebbero una parte importantissima nella creazione delle formazioni partigiane e tra questi principalmente si distinsero Nazzareno Lucchetta, Giovanni Garofani e Vispi Ubaldo che venne arrestato nel dicembre. Romagna, La resistenza armata, p. 17.

[31]Tomasucci, I 45 giorni, p. 135: "Della forza prevalentemente comunista che influenzava la maggioranza delle formzioni partigiane nell'Anconetano e soprattutto nel Pesarese ebbero sentore anche gli Alleati, che tra il gennaio e il marzo 1944 sospesero qualsiasi forma di aiuto".

[32]Tomasucci, I 45 giorni, p. 129: "A Pesaro gli esponenti del Partito Comunista ancora ai primi di gennaio non ne volevano sapere di dare vita a distaccamenti di partigiani nelle zone montane in consideraizone dei ravi e nuovi ostacoli "tecnici" da superare per organizzare la guerriglia; del resto si era in pieno inverno e la zona di montagna era ricoperta di neve".

[33]Ricci, Relazione, p. 19: La popolazione civile assistè all'inizio del sorgere del movimento partigiano, con scetticismo. Romagna, La resistenza armata, pp. 17-18.

[34]Ricci, Relazione, p. 22: Allora i partigiani erano pochi, i problemi organizzativi assorbivano molto tempo, vi era l'incertezza dei primi passi. L'attività vera e propria si iniziò nel gennaio quando altri elementi ingrossarono il gruppo e furono costituiti i primi due distaccamenti. E. CAPPELLINI, Relazione sulla efficicenza dell'organizzazione Marchigiana-Abruzzese, 20 dicembre 1943, in Romagna, "La resistenza armata", p. 18: Mancano al presente, in provincia, le formazioni partigiane in distaccamenti. Un rapporto  del 15 gennaio 1944 della Militaerkommandantur 1019 indica in tale data la nostra provincia, unica nelle Marche, come priva di bande partigiane.

[35]Relazione del T. Col. Vandini Agostino del 3 novembre 1943, in D. GAGLIANI, I fondatori del fascio repubblicano di Pesaro, in A. Bianchini e G. Pedrocco, "Dal tramonto all'albra. La Provincia di Pesaro e Urbino tra Fascismo, guerra e ricostruzione", Bologna 1995, pp. 289-325, a pag. 295: La federazionie dei fasci repubblicani di Pesaro è stata costituita il 15 settembre 1943 XXI con diciannove aderenti.

[36]V. PAOLUCCI, La Repubblica Sociale nelle Marche, Urbino 196, p. 18; Gagliani, I fondatori, pp. 294 ss.; vds. anche grafico 1 p. 324.

[37]Gagliani, I fondatori, p. 296. Vds. anche p. 300: "Sì, tra noi, c'è gente che non va, gente con molti panni sporchi. E giovani ce n'è pochi".

[38]Gagliani, I fondatori, n. 56, pp. 315-316

[39]Gagliani, I fondatori, pp. 296-298.

[40]Paolucci, La Repubblica Sociale, p. 306; Gagliani, I fondatori, pp. 293-294. Tra i giornali fascisti del periodo può anche essere ricordato anche il fanese Patria, diretto da Enzo Grimaldi, che uscì in soli tre numeri: 2 marzo, 16 marzo, 8 aprile 1944 (Paolucci, La Repubblica Sociale, p. 326).

[41]Gagliani, I fondatori, pp. 305-307.

[42]G. BERTOLO, L’ora della Liberazione, in AAVV, “Pesaro contro il fascismo (1919-1944)”, Urbino 1972, pp. 191-220, a pag. 196; G. MAZZANTI, La guera? 'na gran brutta bestia - Pesaro negli anni 1939/45, s.l. (Pesaro), 1997, pp. 53-64.

[43]Mazzanti, La guera, pp. 65-77.

[44]Bianchini, Cronologia, p.1241.

[45]Bertolo, L’ora della Liberazione, p. 197; Mazzanti, La guera, p. 80.

[46]Mazzanti, La guera, pp. 100-105.

[47]Mazzanti, La guera, pp. 111-147.

[48]Mazzanti, La guera, p. 165 ss.

[49]Bianchini, La persecuzione razziale, p. 118.

[50]Bianchini, La persecuzione razziale, pp. 121-123. ““Una presenza forte che favorì la clandestinità degli ebrei fu la chiesa. Molte le strutture e le persone che diedero un contributo importante. Moltissimi conventi, numerosi sacerdoti si adoperarono in questa azione di occultamento. Ancor oggi è difficile dire se ciò corrisposte a direttive impartite o alla libera iniziativa dei vari religiosi; resta il fatto che  il fenomeno fu generalizzato e contribuì ad evitare numerose deportazioni””.

[51]Bianchini, La persecuzione razziale, p. 121.

[52]Bianchini, La persecuzione razziale, p. 125.

[53]Bianchini, La persecuzione razziale, p. 125. Giacobini, Urbino, pp. 141 e 156. Vds. anche appendice documentaria, n .38, p. 201

[54]Ricci, Relazione, p. 22. Romagna, La resistenza armata, pp. 19-20.

[55]Ferri, Relazione, p. 14: ... il 10 gennaio fu possibile costituire i primi due distaccamenti, il "Picelli" comandato da Francesco nella zona di Cantiano, il "Gramsci" comandato da Pierino Raffaelli (Ugo) nella zona di Frontone... Nel febbraio, allorché il governo repubblichino chiamò alle armi i giovanissimi, l'afflusso crebbe tanto che la 5^ Brigata non fu in grado di inquadrare tutti i patrioti che si presentarono perché le armi e munizioni scarseggiavano. Tuttavia, nella prima quindicina di marzoa con tutte le forze affluite nelle due formazioni, furono costituiti altri quattro distaccamenti: Fastiggi, Pisacane, Stalingrado, Gasparini. Il Fastiggi, il Gramsci ed il Pisacane formarono il 1o battaglione... mentre il Picelli, Gasparini e Stalingrado costituirono il 2o battaglione... Superati brillantemente anche i rastrellamenti di maggio... ed essendosi nel frattempo ingrossati i battaglioni... si costituirono il 3o e 4o battaglione... Il 5o battaglione... venne formato con l'assorbimento della Banda Paniche. Lo Specchio dei quari della 5^ Brigata "Pesaro" al 9 luglio 1944 è riportato in Ferri, Relazione, pp. 16-17. Romagna, La resistenza armata, p. 20.

[56]Ferri, Relazione, p. 15.

[57]E. SANTARELLI, Partigianato e movimento operaio tra Marche e Romagna: ipotesi di ricerca,  in G. Rochat, E. Santarelli, P. Sorcinelli (a cura di), "Linea Gotica 1944 - Eserciti, y, partigiani", Milano 1987, pp. 437-452, alle pagg. 442-443; Romagna, La resistenza armata, p. 24 ss.

[58]Ricci, Relazione, p. 14. Tomasucci, I 45 giorni, p. 135 ("Le percentuali di mancata responsione dei giovani ai bandi militari di Graziani furono (nella nostra provincia) le più alte della regione"); Romagna, La resistenza armata, p. 21. Vds. la riflessione a pag. 22: "Qui si è di fronte ad un punto davvero problematico, infatti le poche perdite complessive (rispetto alla notevole attività svolta), e il confronto con altre formazioni, ad esempio quella romagnola, dove una forte presenza di uomini disarmati provoca seri problemi, per non dire veri e propri disastri, farebbero concludere a favore dell'intelligenza e lungimiranza del comando di brigata; rimane però la questione di coloro, i giovani renitenti in particolare, che si vorrebbero arruolare e che si vedono respinti, provocando così una seria contraddizione con gli inviti a non presentarsi ai distretti repubblicani e a resistere ai tedeschi". Riguardo all’arruolamento nelle truppe della RSI, si deve segnalare l’anomalia del centro di Perticara, da cui partirono, tra ottobre e dicembre de l1943, volontari in un Battaglione “M” delle Camicie Nere almeno 300 giovani, inquadrati in una specifica compagnia nominata “Pesaro” (Severi, Il Montefeltro, pp. 200-201).

[59]Ricci, Relazione, p. 20 (Per il resto della Provincia di Pesaro il compito rimase assegnato al G.A.P., in quanto per le caratteristiche del terreno prevalentemente piano o collinoso, non si prestava per le operazioni dei distaccamenti).

[60]Descritte in Ricci, Relazione, pp. 22 ss. e Mari, Guerriglia sull’Appennino, passim

[61]Ricci, Relazione, p. 22.

[62]Su Pompilio Fastiggi e sulla sua morte vds. Mari, Guerriglia sull’Appennino, pp. 127-128. La frazione di Pesaro di "S. Pietro in Calibano", dove il Fastiggi era nato, avrebbe poi mutato il suo nome in quello di "Villa Fastiggi"..

[63]A. ZANCA, La Repubblica Sociale Italiana, in AAVV, “Pesaro contro il fascismo (1919-1944)”, Urbino 1972, p. 185; Romagna, La resistenza armata, p. 18.

[64]Ricci, Relazione, p. 24; Mari, Guerriglia sull’Appennino, pp. 165-166; Giacomini, Urbino, p. 126. Lo stesso giorno furiosi combattimenti a Costacciaro tra militidella GNR e partigiani.

[65]Ricci, Relazione, p. 24; Mari, Guerriglia sull’Appennino, pp. 174-176; Zanca, La Repubblica Sociale Italiana, p. 186; Giacomini, Urbino, p. 127. Alla battaglia parteciparon anche uomini della S. Faustino (L. BRUNELLI, I rapporti tra due brigate partigiane. la San Faustino - Proletaria d'urto e la V Garibaldi Pesaro, in A. Bianchini - G. Pedrocco, "Dal tramonto all'alba. La Provincia di Pesaro e Urbino tra Fascismo, guerra e ricostruzione", vol. II, Bologna 1995, pp. 41-56, alle pagg. 54-55). Al rastrellamento avevano partecipato 470 uomini, di cui 300 tedeschi.

[66]Ricci, Relazione, p. 24; Zanca, La Repubblica Sociale Italiana, p. 186; Giacomini, Urbino, p. 127.

[67]Giacomini, Urbino, p. 127.

[68]Severi, Il Montefeltro, pp. 110-114 (sfumata tale possibilità, gli ostaggi furono fucilati il 12 aprile 1944 a Casa Nova dell’Alpe, insieme a quattro tedeschi fatti prigionieri a Badia Prataglia: ivi, p. 112-114).

[69]Testimonianza di Candido Gabrielli (perse nella srage  genitori, cinque fratelli, due nipotini, uno di 16 mesi, uno di 40 giorni), in Severi, Il Montefeltro, pp .116-117). Vds. anche Mari, Guerriglia sull’Appennino, pp. 207-208.

[70]Il documento (Rapporto dell’aiutante capo comandante interinale Ezio Vitaletti – Legione Territoriale dei Carabinieri di Ancona – Sezione di Pennabilli (Pesaro), n. 11/13 di prot. Div. III Pennabilli 10 aprile 1944 – XXII, con oggetto “Rastrellamento di ribelli nel comune di Casteldelci”, è riportato da Severi, Il Montefeltro, pp. 118-119.

[71]Precisa la ricostruzione dell’episodio in Severi, Il Montefeltro, pp. 121-126. Due partigiani furono massacrati nell’infermeria. Gli altri costretti ad una marcia massacrante per coprire l’avanzata della colonna tedesca. Al gruppo fu aggregato dai tedeschi (e poi fucilato) un invalido di Capanne, Alvaro Bragagni, del tutto estraneo al movimento partigiano. Vds. anche il rapporto dei carabinieri di Pennabilli riportato a pag. 127 (Dal sopraluogo eseguito stamani dal Maresciallo Iocca, risulterebbe che la fucilazione sarebbe stata eseguita previa sevizie, essendo state rinvenute nelle vicinanze dei cadaveri copiose ciocche di capelli sparse sul terreno; a due dei fucilati, prima o dopo la fucilazione, sarebbero state tolte dai piedi le scarpe. Risulta inoltre che la fucilazione è stata eseguita senza alcuna formalità di legge, cosa che ha suscitato emozione e sdegno tra la popolazione, e specialmente tra il clero, il quale avrebbe desiderato poter prestare loro l’assistenza religiosa prima dell’esecuzione).

[72]Ricci, Relazione, p. 26. Mari, Guerriglia sull’Appennino, p. 205: “Il giorno 11, squadre dei distaccamenti “Pisacane”, “Fastiggi” e “Stalingrado” occuparono Apecchio, disarmarono i carabinieri e distribuirono grano del silos alla popolazione, bloccando poi ogni transito per l’Umbria sulla trada Apecchiese per 48 ore”.

[73]Mari, Guerriglia sull’Appennino, p. 205.

[74]Ricci, Relazione, p. 26; Zanca, La Repubblica Sociale Italiana, p. 187. Sull’azione di Piandimeleto  (28 aprile 1944) vds. S. SEVERI, Il Montefeltro tra guerra e liberazione 1940-1945, Fano 1997, pp. 103-109 (p. 108: “Il capitano fascista fu processato dal comando di Brigata e condannato a morte; credo che sia doveroso riconoscerne la coraggiosa coerenza poiché alla richiesta di impegnarsi a non continuare a combattere i partigiani, rispose di non potervi aderire, ben sapendo  che l’alternativa era la fucilazione”)

[75]Severi, Il Montefeltro, p. 109; vds. anche Mari, Guerriglia sull’Appennino, pp. 206-207.

[76]Mari, Guerriglia sull’Appennino, p. 184.

[77]Mari, Guerriglia sull’Appennino, passim; Bertolo, L’ora della Liberazione, p. 208.

[78]Mari, Guerriglia sull’Appennino, p. 213.

[79]Ricci, Relazione, pp. 26-27.

[80]Ricci, Relazione, p. 27; Zanca, La Repubblica Sociale Italiana, p. 187; Mari, Guerriglia sull’Appennino, p. 205.

[81]Rossi-Alessandri, Cronologia, p. 141.

[82]Mari, Guerriglia sull’Appennino, p. 226; testimonianza di Raffaele Montella, in Severi, Il Montefeltro, pp. 133-135, a pag. 134.

[83]Ricci, Relazione, pp. 27-30; Romagna, La resistenza armata, p. 22; Zanca, La Repubblica Sociale Italiana, p. 188; Severi, Il Montefeltro, p. 92; Giacomini, Urbino, pp. 139-140; Mari, Guerriglia sull’Appennino, p. 224.

[84]Mari, Guerriglia sull’Appennino, pp. 233-234.

[85]Ricci, Relazione, p. 29-31; Giacomini, Urbino, pp. 145 ss.

[86]Severi, Il Montefeltro, p. 176. “Di impressionante eloquenza” il documento della GNR – comando legione “Tagliamento”, firmato dal comandante della Legione, ten. Col. Zuccari Merico, riportato a pag. 177 di Severi, Il Montefeltro: E’ intendimento delle Superiori Autorità pacificare nel più breve tempo possibile tutta la zona. Pertanto la lotta contro i banditi sarà condotta con tutti i mezzi e senza soste fino al completo annientamento od alla sottomissione di essi. Poiché i fuorilegge non accettano mai lotta in campo aperto confermando la vigliaccheria che ha sempre distinto coloro che non hanno voluto combattere per la difesa della Patria, preferendo il sistema della vile imboscata e del tradimento, sono venuto nella determinazione, a prescindere dalle azioni dirette, di adottare le seguenti misure:

1)      saranno passati per le armi tutti coloro che aiuteranno in qualsiasi maniera i banditi (fra questi sono compresi anche quelli che offriranno agli stessi un semplice bicchiere d’acqua), tutti coloro che daranno ricovero o celeranno la presenza dei banditi, tutti coloro che non difenderanno con la vita i propri averi o gli averi di cui sono consegnatari (banche, consorzi, ecc.).

2)      I centri urbani, i cui abitanti non impediranno con tutti i mezzi il transito  o la sosta dei banditi, saranno distrutti con fuoco.

3)      Le Autorità Comuni che non organizzeranno la difesa attiva dei centri abitati e non aiuteranno i preosti alla lotta con informazioni tempestive sul passaggio o la sosta dei banditi sul territorio di loro giurisdizione, saranno tratti in arresto e denunciati al Tribunale Speciale per connivenza con i medesimi.

4)      Gli impiegati e gli operai addetti a servizi pubblici (e qui mi riferisco in special modo agli addetti ai telefoni) che forniranno informazioni di qualsiasi genere ai banditi su comunicazioni di servizio o che non impediranno con qualsiasi mezzo la distruzione totale o parziale edegli impianti, saranno passati per le armi.

Le presenti misure entrano immeditamente in vigore.

Per alcune delle atrocità di cui furono colpevoli vds. Severi, Il Montefeltro, pp. 178-197.

[87]Giacomini, Urbino, p. 152.

[88]Ricci, Relazione, p. 33; Mari, Guerriglia sull’Appennino, appendice prima, pp. 305-316; Romagna, La resistenza armata, p. 13. Le perdite in quei mesi di combattimento ammontavano a 44 caduti, di cui 4 jugoslavi e 5 collaboratori.

[89]Bertolo, L’ora della Liberazione, p. 210.

[90] M. ROSSI e G. ALESSANDRI, Cronistoria del distaccamento “Montefeltro”, in Severi, “Il Montefeltro”, pp. 137-147, alle pagg. 138-139.

[91]S. SEVERI, Il Montefeltro tra guerra e liberazione 1940-1945, Fano 1997, p. 86.

[92]L’elenco completo di tutti i CLN  e GAP della provincia in Mari, Guerriglia sull’Appennino, pp. 330-337: erano attivi il CLN provinciale, Il Fronte della gioventù, Il Fronte ella Donna, i CLN di Novafeltria, Cantiano, Cagli, Fossombrone, S. Ippolito, Pergola, Urbino, Schieti e Fano.

[93]Ricci, Relazione, p. 13:  Nelle formazioni della Brigata Garibaldi affluirono i migliori partigiani che spontaneamente o per necessità di sottrarsi alla cattura dei nazi-fascisti raggiunsero i distaccametni, mentre nei G.A.P. trovarono posto gli elementi prevalentemente adatti per il lavoro cospirativo e di sabotaggio e quelli che per ragioni fisiche non erano atti a sopportare la dura vita del bosco. Sui compiti dei GAP in ralazione al reperimento di armi e munizioni, vds. ivi, pp. 17-18. Su uomini, organizzazione e sezioni dei GAP della nostra provincia sono descritti in Mari, Guerriglia¸ pp. 155-158.

[94]Mazzanti, La guera, pp.77-80.

[95]Brunelli, I rapporti, p. 41.

[96]Brunelli, I rapporti, pp. 42-44.

[97]Mazzanti, La guera, p. 109.

[98]Bertolo, L’ora della Liberazione, p. 206; Mazzanti, La guera, p. 206.

[99]A. MONTEMAGGI, La operazione Olive nelle Marche, in G. Rochat, E. Santarelli, P. Sorcinelli (a cura di), "Linea Gotica 1944 - Eserciti, popolazioni, partigiani", Milano 1987, pp. 111-124, a pag. 116.

[100]G. SCHREIBER, La linea Gotica nella strategia tedesca: obiettivi politici e compiti militari, in G, Rochat, E. Santarelli, P. Sorcinelli (a cura di), "Linea Gotica 1944 - Eserciti, popolazioni, partigiani", Milano 1987, pp. 25-67, alle pagg 33-34.

[101]Mazzanti, La guera, pp. 211 e 214.

[102]CALESTANI P., Fascisti pesaresi nell'Italia settentrionale (giugno 1944-maggio 1945),  in A. Bianchini - G. Pedrocco, "Dal tramonto all'alba. La Provincia di Pesaro e Urbino tra Fascismo, guerra e ricostruzione", vol I, Bologna 1995, pp. 327-351, alle pagg. 327-328.

[103]Calestani, Fascisti pesaresi, p. 330 e 340-342 (Le diserzioni, numerose tra i membri della GNR della provincia furono causate, secondo documenti interni, in gran parte dall'impossibilità dei militi di abbandonare le famiglie che necessariamente sarebbero dovute rimanere in zona (erano scarsi i mezzi di trasporto) ed in parte dall'atteggiamento ambiguo tenuto nell'occasione dagli ex Carabinieri arruolati nella milizia fascista).

[104]Calestani, Fascisti pesaresi, p. 339 (al 7 luglio 1944 ne erano giunti a Bozzolo 218  e un centinaio erano in fase di ripiegamento). Dati diversi sono riporati in Bertolo, L’ora della Liberazione, p. 214.

[105]Calestani, Fascisti pesaresi, pp. 345-347: sessanta famiglie.

[106]Calestani, Fascisti pesaresi, p. 343.

[107]W. NEREBSKI, Significato delle vittorie del 2° Corpo d'Armata Polacco sul Misa e sul Metauro per lo sfondamento della Linea Gotica nel settore adriatico, in G. Rochat, E. Santarelli, P. Sorcinelli (a cura di), "Linea Gotica 1944 - Eserciti, popolazioni, partigiani", Milano 1987, pp.69-79, a pag. 69.

[108]Nerebski, Significato delle vittorie, p. 69.

[109]Nerebski, Significato delle vittorie, pp. 69-72. La banda Majella in particolare operò nella zona di Arcevia-Piticchio (a sinistra del CIL, da Arcevia a Scheggia).

[110]Nerebski, Significato delle vittorie, pp. 71-72.

[111]Nerebski, Significato delle vittorie, p. 71.

[112]Nerebski, Significato delle vittorie, p. 72.

[113]Nerebski, Significato delle vittorie, pp. 72-73.

[114]Nerebski, Significato delle vittorie, p.  74.

[115]Nerebski, Significato delle vittorie, pp. 74-75.

[116]Nerebski, Significato delle vittorie, p. 75.

[117]Nerebski, Significato delle vittorie, pp. 75-76.

[118]Montemaggi, L'operazione Olive, p. 113.

[119]Montemaggi, L'operazione Olive, p. 113.

[120]Montemaggi, L'operazione Olive, pp. 114-115. LOTTI L., La battaglia di Rimini, in B. Ghigi (a cura di), "La guerra a Rimini e sulla Linea Gotica - dal Foglia al Marecchia", Rimini 1980, pp. I-XV, a pag. II.

[121]Montemaggi, L'operazione Olive, p. 113.

[122]Montemaggi, L'operazione Olive, p. 113.

[123]Nerebski, Significato delle vittorie, p. 76; Montemaggi, L'operazione Olive, pp. 117-119

[124]Montemaggi, L'operazione Olive, pp. 119-120.

[125]Giacomini, Urbino, p. 159. “Il 27 agosto, dopo qualche piccolo scontro con gruppi di tedeschi ritardatari, che si affrettano a sloggire, I partigiani di Urbino e di Schieti entrano nella città, disarmano e arrestano i pochi squadristi rimasti e prendono il controllo della situazione. L’indomani le truppe del CIL e quelle del V corpo britannico entrano in Urbino già liberata”

[126]Montemaggi, L'operazione Olive, pp. 119-120.

[127]Lotti, La battaglia di Rimini, p. V.

[128]Nerebski, Significato delle vittorie, p.  77.

[129]Nerebski, Significato delle vittorie, pp.  77-78; Montemaggi, L'operazione Olive, pp. 121-122. La battaglia è descritta dettagliatamente da Mazzanti, La guera, pp. 250-264.

[130]Montemaggi, L'operazione Olive, p. 122.

[131]Montemaggi, L'operazione Olive, p. 122.